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Sabato 1 giugno 2006
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incontriamo:
Dorothy Allison >
autrice di 'Trash racconti'
edito da Il Dito e La Luna
interverranno Margherita Giacobino scrittrice e traduttrice
del libro, Francesca Polo editrice.
organizzano:
Fuoricampo Lesbian Group, ArciLesbica Bologna, LUO, MIT,
Antagonismo Gay.
Via Don Minzoni, 18 Bologna ore 21 |
Mi alzai
e scrissi una storia, dal principio alla fine. Era una
di quelle del taccuino giallo, una di quelle già
riscritte, ma stavolta era ancora diversa. Non era veramente
me né mia mamma o le mie ragazze, non era veramente
nessuna delle persone reali, ma dentro c'era la sensazione,
la rabbia assoluta, il dolore della mia vita. Non era
la voce lamentosa, ma aveva l'accento del Sud, e aveva,
anche, la gioia e l'orgoglio che a volte sentivo per me
e per i miei. Non era biografia ma neanche bugie, e pulsava
al ritmo delle paure delle mie sorelle e della mia disperata
vergogna, e finiva con tutte le domande e le decisioni
ancora aperte - soprattutto la decisione di vivere. |
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Cosa differenzia Dorothy Allison dai
tanti scrittori che affrontano materiali hard?
Il fatto è che lei lo fa dal di dentro, con cognizione
di causa. Con amore e passione e compassione per se stessa,
per quelli di cui parla e per noi, smaliziati e assuefatti lettori.
La differenza è il punto di vista. Quello di una vittima
che si rifiuta di esserlo, per esempio. Di una ribelle che si
assume intera la responsabilità della sua ribellione.
Di una donna che non si ritiene al di sopra di quel che racconta.
Che non separa, in modo menzognero, verità e linguaggio,
corpo e parola, ma anzi cerca di mantenerli sempre uniti, per
quanto è umanamente possibile.
E per ciò stesso non è perbene, perché
vi racconta cose che possono turbarvi, farvi problema, cose
che hanno un odore, un sapore e possono sporcare le mani.
Trash è
il primo libro di Dorothy Allison e risale al 1988, quattro
anni prima del romanzo che la fece conoscere al pubblico
americano, Bastard out of Carolina. Quella che pubblichiamo
oggi è la versione riveduta e arricchita di Trash,
apparsa negli USA nel 2002. Allison è autrice anche
di un altro romanzo, Cavedweller, e di saggi (Skin, Two
or Three Things I know for sure) e poesie (Women who hate
me).
Tradurre e pubblicare Trash è per me una gioia
e un motivo d’orgoglio, nonchè la realizzazione
di un desiderio covato per anni. Di Dorothy Allison ho
già parlato a lungo nei miei saggi Orgoglio e Privilegio
e Guerriere Ermafrodite Cortigiane (editi da Il Dito e
La Luna rispettivamente nel 2003 e 2005). Tante altre
cose sarebbero da dire, ovviamente, perchè Allison
è una scrittrice di sostanza, in quello che ci
racconta ci sono spessori di verità, di emozione,
di scrittura che si prestano a letture approfondite e
diverse. La stessa Allison ha premesso a questo libro
ben due introduzioni, in cui chiarisce e spiega il suo
rapporto con la scrittura e in particolare con la materia
narrativa e i racconti che costituiscono questa raccolta.
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Particolarmente preziosa, per me, è
la prefazione alla prima edizione, "Decidere di vivere",
perchè lì si affronta scopertamente il nesso tra
scrittura e vita, tra verità vissuta e verità
narrativa, il percorso – accidentato, tortuoso e a volte
impossibile – che conduce dalla complessità della
vita alla complessità della scrittura, senza tradire
nè l’una nè l’altra, o tradendole
il meno possibile.Sì perchè Allison non pretende
la perfezione, non vanta – pur riconoscendo il ruolo indispensabile
del talento e del lavoro – il mestiere di scrittrice,
cosa fondamentale e rinfrescante in questi tempi di effetti
speciali anche nella scrittura. Per Allison, l’importante
è la fedeltà e il coraggio; è osare la
verità, sfidare le proprie paure, far udire la propria
voce autentica. Come dice in Skin. Talking about sex, class
and literature (Pelle. Parlando di sesso, classe e letteratura):
"Credo nella verità come ci può credere solo
una persona a cui è stato negato di servirsene. So che
è potere. So che rappresenta una minaccia per un mondo
costruito sulle menzogne."
E ancora: "Credo che il segreto dello scrivere sia che
la miglior fiction arriva fin dove arriva il coraggio dello
scrittore, e non oltre. La miglior fiction viene dal luogo dove
si nasconde il terrore, dall’orlo dei vostri peggiori
incubi. […] Io non scrivo per gente perbene. Io non sono
una persona perbene. Nè lo sono quelli di cui mi importa
nella vita. La verità sulle nostre vite non è
perbene...".
Cosa ti aspetti da una scrittrice che ti fa queste dichiarazioni?
Che le sue storie siano dure, toste, svergognate, scandalose
– e lo sono. Che ti parli di violenza, droga, incesto,
alcol, orrori, tradimenti e carognate varie. E c’è
anche questo. Ma storie molto più dure e scandalose,
di orrore e di squallore, se ne leggono così tante...
incesti sul tram andando al lavoro, smembramenti la sera prima
della camomilla… e poi si dorme in pace, per via di quel
po’ di buonismo appiccicato nel finale del libro e soprattutto
per quella strizzata d’occhio che dice al lettore: è
un gioco, un’emozione a comando. Cosa differenzia Dorothy
Allison dai tanti scrittori che affrontano materiali hard?
Il fatto è che lei lo fa dal di dentro, con cognizione
di causa. Con amore e passione e compassione per se stessa,
per quelli di cui parla e per noi, smaliziati e assuefatti lettori.
La differenza è il punto di vista. Quello di una vittima
che si rifiuta di esserlo, per esempio. Di una ribelle che si
assume intera la responsabilità della sua ribellione.
Di una donna che non si ritiene al di sopra di quel che racconta.
Che non separa, in modo menzognero, verità e linguaggio,
corpo e parola, ma anzi cerca di mantenerli sempre uniti, per
quanto è umanamente possibile.
E per ciò stesso non è perbene, perchè
vi racconta cose che possono turbarvi, farvi problema, cose
che hanno un odore, un sapore e possono sporcare le mani. Perchè
scrive col suo corpo, senza mai chiuderlo nell’armadio
– come facciamo tutti quanti spessissimo. Il vero coming
out di Allison è quello del corpo, è l’essere
qui davanti a noi nella scrittura in ogni singola parola con
la propria pelle, carne, sudore. Perfino i fantasmi delle amanti
morte diventano pesanti di carne viva, come nel racconto Demon
Lover. E il corpo, si sa, non è sempre bello, pulito,
a posto. Come non lo è il sesso. Il desiderio. La fame.
Da che mondo è mondo, il corpo non è perbene per
noi occidentali – a meno che non sia quello anoressico
e irreale delle fotomodelle. Un ideale igienico in cui scienza
e religione si danno la mano fa sì che per noi purezza
equivalga, più o meno, all’assenza di fisicità.
O al suo fantasma, essendo l’assenza di ogni fisicità
– per ora – impossibile perfino nel mondo virtuale.
Una delle funzioni essenziali degli scrittori in una cultura
è quella di mettere sotto il naso dei lettori le cose
che quella cultura preferisce tenere nascoste, inespresse, le
cose non perbene, gli aspetti non perbene della vita sociale
e individuale. Gli scrittori ci ricordano, ciascuno a suo modo,
che siamo complessi e fatti di una materia tutt’altro
che pura, che la nostra verità consiste nel ripartire
continuamente dalla constatazione delle scorie, delle irriducibili
impurità del nostro essere e sentire; ovvero, come dice
splendidamente Dorothy Allison in Non dirmi che non sai, uno
dei racconti più duri e rivelatori e commoventi di questa
raccolta, "Tra noi non c’era niente di pulito, soprattutto
l’amore."
Negare questa scomoda verità significa costruirsi un’armatura
di bugie, usare il linguaggio non più per conoscere e
dire, per raggiungere e toccare l’altro, ma per difendersi
e giudicare, e lo facciamo tutti quando ci chiudiamo nei luoghi
comuni e nei pregiudizi, lo hanno fatto e lo fanno anche le
femministe e le lesbiche quando diventano giustiziere delle
passioni e delle impurità altrui, come nel racconto La
violenza contro le donne comincia in casa.
Abbiamo bisogno di verità come quelle che ci racconta
Dorothy Allison. Abbiamo bisogno che qualcuno ci ricordi che
siamo fatte/i di elementi contraddittori, imperfetti e sì,
anche impuri. Che i nostri desideri possono essere belli e brutti,
buoni e cattivi allo stesso tempo, e che il lavoro della vita
consiste nel vedercela con le nostre ambiguità e contraddizioni,
non nel negarle.
Prendiamo il cibo, per esempio. Che è quasi un leit-motif
di questo libro, e che trionfa al posto d’onore nel racconto
Appetito lesbico, quasi una ballata sulla fame e sul desiderio,
non l’una metafora dell’altro ma entrambi aspetti
dello stesso impulso che viene dal corpo e che tende verso la
pienezza e la felicità. Felicità che peraltro
si realizza intatta solo nel sogno, perchè nella realtà
ciò che piace più far male, come la dieta ricca
di amidi e grassi del sud. "Ho sempre fame del cibo che
mi dava mia madre", dice l’io narrante, mettendo
il dito nel centro esatto della piaga amorosa: perchè
il cibo che la madre le dava era, proprio come il suo amore,
buono e cattivo allo stesso tempo. Troppo ricco eppure insufficiente.
Saporito ma incapace di saziare una parte vitale della sua fame.
Nutriente ma non nel modo giusto.
Chi di noi non ha sperimentato questa ambivalenza nei rapporti
più importanti della sua vita? Nel fondo di sè?
Per questo è fondamentale sentirne parlare.
Trash è, anche, un’immersione nei sapori del sud,
di quella cucina degli stati più poveri degli USA, quanto
di più vicino possa esistere, forse, alla tradizione
in un paese povero di passato.
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Per Allison, come per molti scrittori del sud, i sapori della
sua terra diventano memoria, nostalgia, evocatori di cultura
oltrechè del passato personale. Qui ho ritrovato
termini che mi erano familiari, quantomeno dalla lettura
di Carson McCullers e di Flannery O’Connor (due
scrittrici citate nei racconti, che fungono da punto di
riferimento non meno dei piatti tipici), come grits, quella
specie di semolino di grano o più spesso di mais
che è inevitabile tradurre con polenta, perchè
della polenta ha non solo l’aspetto ma soprattutto
la funzione, ben nota nelle regioni povere del Norditalia,
di riempitivo per pance cronicamente affamate, cibo quintessenziale
che sostituisce il pane e spesso anche il companatico.
E mi permetto di spendere qualche parola anche sui collard
greens, questo mistero gaudioso della cucina del Sud,
introvabile se non per vaghissima approssimazione sui
dizionari; a cosa paragonarlo: bietole? cime di rapa?
puntarelle? o qualche altra verdura verde come ce ne sono
tante: umile, erba dell’orto, sapore verde che ti
riporta alla terra, ti riporta a casa. Introvabile, oltrechè
sul vocabolario, anche nei negozi del resto degli States,
paese ricco dove esiste poco di fresco, poco di umile,
poco di non addizionato. |
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E, poichè negli States non esiste neppure
quell’altro cibo base, per noi consacrato da religioni
e metafore, che è il pane – se non nella sua forma
più contraffatta e decaduta di pancarrè spugnoso
molliccio e biancastro – ecco che le casalinghe del sud
rimediano facendo i biscotti di cui tanto si parla in questi
racconti, che non sono biscotti da inzuppare nel caffè
a colazione ma sostanziose michette di farina, grasso, sale
e lievito chimico fatte per raccogliere su le salse e i sughi,
pucciare quei famosi gravy a cui torna spesso il ricordo intenerito
e voglioso della voce narrante. Gravy e biscotti, polenta e
sugo sono come pane e minestra per il bracciante meridionale
di verista memoria, come riso e zuppa di lenticchie per il contadino
indiano: cibo dei poveri, già in buona parte perduto,
scivolato nel folklore di ieri, sostituito dal nuovo cibo globalizzato.
Il danno, in questo caso, non è tanto nella perdita di
ricette tipiche ma di contatto con la materialità di
un passato molto vicino. Come la stessa autrice riconosce, la
dieta degli stati del Sud, forse perchè non ha alle spalle
la saggezza popolare di secoli, sembra ben lontana dai delicati
e decantati equilibri nutritivi di altre cucine popolari. Ma
per spiegare come il cibo diventa cultura, esotismo, avventura
– tema del racconto Lezioni di fascino – basta chiedere
all’autrice, come ho fatto io, cos’è mai
il red eye gravy (che in mancanza di miglior ispirazione ho
tradotto salsa al caffè ma che letteralmente è
salsa con gli occhi rossi). Ecco la ricetta fornita dall’autrice:
"ll red eye gravy è molto famoso, e molto romantico,
quantomeno per gli yankee e quelli che non sono del sud. Il
red eye gravy è una salsa forte e scura che si ottiene
versando caffè nero nel grasso che resta in fondo alla
pentola dopo la cottura del maiale; a volte si aggiunge anche
latte caldo. Di solito si fa dopo aver fatto cuocere un prosciutto,
ma l’ho visto fare anche con grasso di pancetta. Io non
ne vado pazza, ma a molta gente piace."
Antropologia della salsa. Occhio civilizzato sulle usanze native.
Giustamente, e rabbiosamente, l’autrice reclama la realtà,
l’autenticità di queste usanze, nel momento stesso
in cui restituisce loro la loro originaria ambivalenza. Reclama
la sua cultura nel bene come nel male, non per giustificarne
le mancanze ma per portarla alla parola, farne oggetto di racconto.
E in fatto di parole che possono, o non possono, essere trasportate
nella nostra lingua, in alcuni casi non ho potuto far altro
che lasciare il termine dyke là dove stava, per indicare
non già la civilizzata lesbian, la lesbica dotata di
coscienza femminista, ma un altro tipo di lesbica, un po’
butch un po’ ribelle, un po’ camionista un po’
istriona alla Elvis Presley. Una lesbica più corpo e
meno testa della lesbian, insomma. E nel corpo, ci dice Allison,
risiede di solito il sapore autentico del desiderio.
IntrAduzione
di Margherita Giacobino all’edizione italiana di TRASH.
DECIDERE DI VIVERE
Prefazione alla prima edizione di TRASH dell'autrice.
C’è stato un giorno nella mia
vita in cui ho deciso di vivere.
Dopo la mia infanzia, dopo tutta quella lunga terribile lotta
per la pura sopravvivenza, per scampare al mio patrigno, agli
zii, alle macchine che vanno troppo forte, ai vetri rotti e
ai pavimenti sfondati, o all’inevitabile morte accidentale
che si è presa cosÏ tanti dei miei cugini; dopo
aver visto tanta gente morire attorno a me, non immaginavo di
dover mai fare questo tipo di scelta. Immaginavo che in me la
fame di vita fosse insaziabile, infinita, che niente potesse
scuoterla.
Ero diventata una che ce l’ha fatta a uscirne. Una di
quelle di cui gli altri parlano. Ero quella che aveva ricevuto
gli occhiali dal Lions Club, un lavoro dal progetto Guerra alla
Povertà di Lyndon Johnson, e alla fine se n’era
andata al college con una borsa di studio. E lÏ avevo incontrato
la gente che conoscevo solo attraverso i libri: ragazze con
padri che le amavano - innocentemente; ragazzi che guidavano
macchine non rubate; schiere di gente di classe media e alta
della cui esistenza reale avevo sempre dubitato; giovani a cui
non potevo fare a meno di paragonare me stessa. E di fronte
alla loro innocenza e fiducia, alla loro capacità di
amare ed essere generosi, vedevo la mia amarezza, la mia rabbia,
il puro e terribile odio che mi consumava. Come tanti altri
prima di me, cominciai a fare sogni struggenti di morte.
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Cominciai a corteggiarla. Con vigliaccheria, secondo la tradizione,
vale a dire la tradizione degli altri come me: con la
droga, l’alcol e la testarda mania di espormi alla
violenza altrui. Ancora adesso, non riesco a capire come
mai tutto quello a cui ero sopravvissuta diventò
una ragione di più per voler morire.
Ma una mattina entrai zoppicando nella cucina di mia madre
e mi sedetti, sola, al tavolo da pranzo. Zoppicavo perchÈ
mi ero stirata un muscolo della coscia e rotta due costole
azzuffandomi con una donna che pensavo di amare. Ricordo
tutti i dettagli di quella mattina, i graffi che mi avevano
lasciato sul polso le unghie della mia amante, l’espressione
di mamma che si preparava ad andare al lavoro: lei cercava
di non preoccuparsi troppo per me, io non riuscivo a guardarla
negli occhi. |
E fu nella faccia di mia madre, nel suo silenzio
che vidi me stessa, perchÈ lei si comportava come se
io fossi soltanto una lontana immagine della figlia che aveva
amato e per cui aveva pregato. Mi trattava come se in un certo
senso fossi già morta, o stessi per morire: ero irraggiungibile
e pericolosa, come uno dei miei zii quando si sbronzano per
tre giorni di fila. Era talmente umiliante che il mio orgoglio
andò in pezzi. Aprii la bocca per gridare, ma la richiusi,
ostinata. Fu in quel momento e per lei che presi la decisione,
non ancora la decisione di vivere ma quella di non morire. Chiusi
la bocca e tenni per me dolore e rabbia, e cominciai a far finta
di essere una che vuole vivere, finta di avere ragioni sufficienti
per lottare e uscire dalla trappola che mi ero costruita da
sola, anche se quelle ragioni non le avevo ancora trovate.
Mi aggirai zoppicante e silenziosa per i mesi che mi ci vollero
a trovare un lavoro in un’altra città e sparire.
Per arrivare in quella città presi un autobus e non parlai
con nessuno, firmai i documenti che facevano di me un’impiegata
pubblica di infimo livello e finii in una stanza di motel a
mangiare panini al burro di arachidi in modo da poter usare
la mia diaria per comprarmi gonne e camicette rispettabili,
quel genere di vestiti che non mettevo più dalle scuole
medie. Ogni sera facevo a piedi i dieci isolati dalla scuola
di formazione fino al motel, dove mi avvolgevo nei pesanti tendaggi,
aprivo le finestre e me ne stavo seduta come in una tenda. Mi
raggomitolavo lÏ e fumavo l’erba che mi ero portata.
Una parte di me sapeva cosa stavo facendo, che decisione stavo
prendendo. Ma un’altra parte di me, la più grande,
non era ancora in grado di affrontarla. Stavo cercando di rafforzare
la mia decisione di vivere, ma non sapevo se ci sarei riuscita.
Dovevo cambiare la mia vita, avanzare a piccoli passi in un
futuro di cui non mi fidavo, e cominciai con l’esaminare
prima il terreno su cui mi trovavo, per capire com’ero
diventata la donna che ero. Di giorno giocavo a essere quello
che i miei datori di lavoro pensavano che fossi: una laureata
seria e lavoratrice, una donna che si accinge a una solida carriera
nella previdenza sociale. Magari, pensavo, a forza di giocarci
sarebbe diventato vero; ma mi sentivo come un’attrice
a cui hanno dato una parte che non è fatta per lei. Avevo
bisogno di tutta la mia concentrazione per non ridere nei momenti
meno opportuni e per tenere la bocca chiusa quando non avevo
idea di cosa dire.
C’era una sola cosa che poteva aiutarmi a superare quelle
settimane. Ogni sera mi sedevo con un taccuino giallo di carta
formato A4 e scrivevo la storia della mia vita. Scrivevo tutto:
tutto quello che ricordavo, tutte le storie che mi avevano raccontato,
i nomi, i posti, le scene - il sangue spruzzato sul muro in
quella notte tremenda che continuava a tornare nei miei sogni
- i sogni stessi, la gente che c’era nei sogni. Il mio
patrigno, i miei zii e cugini, le mie disperate zie e le loro
ancora più disperate figlie.
Scrissi quello che ricordavo delle donne. Il mio terrore e il
desiderio fisico che provavo per le mie simili; le urla e le
litigate; le lunghe, lente occhiate e gli approcci ancora più
lenti; le mie mani sempre tremanti al toccare un corpo che era
cosÏ faticoso ammettere di desiderare; il mio non saper
mai chiedere quello che volevo, mai accettare quando mi veniva
offerto. Mi torcevo le dita e mi mangiavo le labbra a ripensare
alle contorte e premeditate bugie che avevo raccontato a loro
e a me stessa, a quel che c’era sotto gli episodi buffi
che raccontavo: le storie nascoste della mia vita, la mia famiglia,
la mia infanzia, la povertà incalzante e senza scampo
e la vergogna che avevo sempre cercato di nascondere perchÈ
sapevo che nessuno avrebbe creduto a quello che avevo da raccontare.
Scrivere tutto fu un sollievo. Mettere quelle storie sulla carta
significò farle uscire dalla dimensione dell’incubo
e mi fece quasi amare me stessa perchÈ ero infine capace
di affrontarle. Più sottilmente, mi fornÏ un modo
per amare quelli di cui parlavo, perfino quelli con cui avevo
combattuto o che avevo odiato. In quella città dove non
conoscevo nessuno, ero senza soldi e non avevo niente da fare
per riempire le sere a parte lavarmi i vestiti, leggere dei
tascabili e cercare di capire come ero finita in quel posto.
Non ero il tipo di persona che può pensare di chiedere
aiuto o mettersi a parlare dei suoi problemi personali. E non
ero neanche tanto stupida da pensare di poterlo fare senza rischiare
quel poco che mi ero conquistata. Insomma conoscevo il pericolo
di rivelare troppo della mia vita, ma non immaginavo che qualcuno
potesse leggere le mie storie sconclusionate e urlate. Scrivevo
per me stessa, cercavo di dare una forma alla mia vita al di
fuori dei miei terrori e della mia impotenza, di renderla visibile
e reale, tangibile, allo stesso modo in cui le vite degli altri
sembravano reali: le vite che leggevo nei libri. Da bambina
avevo creduto nei libri, ma sulla carta stampata non avevo mai
trovato nÈ me nÈ i miei. I miei familiari venivano
sempre trasformati in caricature o in piatte figure di maniera,
come santini. Non avevo mai trovato le mie amanti, con la loro
forza e passione. Al di fuori della testardaggine di mia madre
e della mia indignata arroganza, non avevo mai trovato ragione
per credere in me stessa. Ma mi venne in mente di costruirmela
in quelle pagine.
Di giorno, andavo ai corsi, memorizzavo codici, numeri e schemi.
Di notte scrivevo le mie storie. Al lavoro strappavo pezzetti
di carta per prendere appunti su quello che volevo scrivere,
appunti che poi in maggioranza finivano abbandonati nel taccuino.
Quello che sgorgava da me non poteva essere pianificato nÈ
controllato; usciva come acqua da un rubinetto spalancato, spingendo
avanti a sÈ le mie paure. Alla fine del primo mese, avevo
preso l’abitudine di sedermi sul tetto del motel, non
più fumata, ma sempre scrivendo. E scrivevo anche lettere
a tutte le donne che non pensavo più di rivedere, spiegando
le cose che mi balzavano agli occhi man mano che scrivevo le
mie storie. Erano lettere che non avevo intenzione di spedire,
e infatti non le spedii mai. Anche le lettere erano racconti
- bugie, perlopiù - storie goffe e disperate per autogiustificarmi.
Passato quel mese, venni
assegnata a una città lontana, misi via il taccuino
giallo e partii, assicurandomi che nessuno di quelli che
mi avevano conosciuta prima sapesse dove trovarmi. Mi
buttai nella comunità delle donne, innamorandomi
un giorno sÏ uno no, e cominciai a cercare di scrivere
seriamente: poesie, saggi, inizi di racconti. Fui perfino
editor di una rivista femminista. In tutto quel periodo
le storie le raccontavo a voce, soprattutto storie vere
su di me, la mia famiglia, le mie amanti, con quell’accento
del Sud che le rendeva più divertenti di quanto
non fossero. Quello per me fu un periodo buono, nel complesso,
ma non scrissi niente che mi sembrava valere la pena di
essere conservato. Quei nuovi racconti non li riposi insieme
ai taccuini gialli che avevo chiuso in un baule di mia
madre. Mi dissi che i taccuini gialli erano grezzi e non
rifiniti, proprio come sentivo di essere io, e che le
storie divertenti che raccontavo alla gente erano meglio,
erano il lavoro di una che sarebbe diventata una ‘vera’
scrittrice. Passarono tre anni prima che tirassi fuori
quei fogli gialli e li rileggessi, e capissi com’erano
diventate vacue e utilitaristiche le mie storie divertenti.
Su quei taccuini gialli c’era molta amarezza. Non
mi riconoscevo in quella voce rabbiosa, lamentosa e piena
di odio che raccontava tutti quei ricordi orribili e violenti.
» strano, ma erano le stesse storie che andavo raccontando
ormai da anni, eppure allo stesso tempo completamente
diverse. |
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A voce, le avevo rese ironiche e scherzose.
I personaggi erano diventati eccentrici, affascinanti, non erano
più i bastardi insensibili, meschini e maligni che erano
sulle pagine dei taccuini, le donne pericolose e spaventate,
e gli uomini ancora più pericolosi e altrettanto spaventati.
Non sopportavo nÈ le parole sulla carta nÈ quello
che mi dicevano di me stessa. Il collo e i denti cominciarono
a farmi male, e non ero per niente sicura di voler vivere con
tutta quella roba dentro di me. Ma tenni duro, e rileggerle
diventò parte integrante del processo di sopravvivenza,
della decisione, ancora una volta, di vivere, e di tenere fede
a quella decisione. Per me quelle storie non erano evasione
o intrattenimento: erano la materia prima della mia vita, e
intuivo, senza sapere ancora bene il perchÈ, che mi erano
necessarie.
Presi quelle storie e le riscrissi. Alcune le feci diventare
divertenti. Alcune diventarono delle poesie. Feci le donne belle,
ferite ma coraggiose, mentre gli uomini scomparivano nello sfondo.
Infusi speranza nei bambini e passione nel paesaggio, mentre
il collo mi doleva e si irrigidiva, e mi ritrovai a desiderare
follemente un bicchiere di whisky o la rabbia di una donna per
distrarmi. Non ne uscÏ niente che valesse la sofferenza
che mi era costato. Niente che rendesse comprensibile me, o
i miei. Niente che dicesse la verità, e ogni menzogna
che scrivevo era la prova che non valevo nÈ il dolore
di mia madre, per cui la mia era una vita sprecata, nÈ
la fredda paura delle mie sorelle, che temevano che parlassi
di loro.
Misi via tutto. Cominciai a vivere la mia vita come se niente
di ciò che facevo dovesse sopravvivere fino all’indomani.
Mi servii della sofferenza e dell’odio per tenere a distanza
la mia infanzia, la mia storia, il mio sentirmi parte di qualcosa
di più grande di me. Mi servii delle donne e dell’alcol,
del continuo lavoro politico che mi faceva sentire virtuosa,
e mi sottoposi a una serie di prove a denti stretti, per convincermi
che non avevo niente da decidere, che per sostenermi mi bastavano
le solite cose, quelle che contano per tutti, e niente di più.
Lavorai per un giornale femminista. Studiai teoria politica,
storia, psicologia e presi una laurea in antropologia, come
se tutto ciò dovesse tacitare il boato nella mia testa.
Vidi le donne amarsi, farsi la guerra e distruggersi a vicenda
senza mai prendere atto del danno che facevano - il danno che
ognuna di noi faceva alle altre. Macinai libri e conferenze,
gruppi di autocoscienza e gruppi di studio, organizzai comitati
e pragmatici fronti di coalizione. Feci cose che non capivo
per ragioni che non avrei saputo spiegare, solo per essere in
movimento, per cercare di fare qualcosa, cambiare qualcosa in
un mondo che volevo disperatamente cambiare, ma che non riuscivo
a immaginare fatto per me.
Tutto ciò faceva parte del decidere di vivere, anche
se non lo sapevo. CosÏ come non sapevo che ciò di
cui avevo bisogno doveva venire da dentro di me, non passarmi
sopra la testa. L’amarezza in cui ero nata e che era stata
alimentata dentro di me non poteva trovare sfogo in un’amante
o un litigio o in riunioni fino a tarda notte e nella goffa
prosa dei volantini. Forse non avrebbe trovato sfogo mai. La
decisione di vivere quando tutto dentro e fuori grida morte
non la si prende in un momento, ci vogliono anni, e nessuno
mi ha mai detto come si fa a capire quando il processo è
completo.
Ma venne finalmente una notte in cui mi svegliai sudata e rabbiosa
e con la paura di non poter dormire mai più. Tutte quelle
storie mi risalivano su per la gola. Echi di voci nel collo,
risate dietro le orecchie. Avevo una paura tremenda, tremenda,
di essere infine pazza come giustamente dovevano essere quelli
come me. Ma nella pancia sentivo un disperato desiderio di vivere,
e le storie che avevo nascosto per tutti quegli anni erano sangue
e ossa di quel desiderio. Metterlo giù, raccontarlo di
nuovo, dare senso a qualcosa - una volta sola, santo Dio - essere
reale nel mondo, senza menzogne nÈ evasioni nÈ
stupidi fronzoli. Mi alzai e scrissi una storia, dal principio
alla fine. Era una di quelle del taccuino giallo, una di quelle
già riscritte, ma stavolta era ancora diversa. Non era
veramente me nÈ mia mamma o le mie ragazze, non era veramente
nessuna delle persone reali, ma dentro c’era la sensazione,
la rabbia assoluta, il dolore della mia vita. Non era la voce
lamentosa, ma aveva l’accento del Sud, e aveva, anche,
la gioia e l’orgoglio che a volte sentivo per me e per
i miei. Non era biografia ma neanche bugie, e pulsava al ritmo
delle paure delle mie sorelle e della mia disperata vergogna,
e finiva con tutte le domande e le decisioni ancora aperte -
soprattutto la decisione di vivere.
Era un inizio aspro, duro, il mio grido di vita contro la morte,
di forma e sostanza contro il silenzio e la confusione. Era
soprattutto il mio profondo desiderio di vivere con tutto il
mio corpo e la mia forza sulla carta, un modo di dire la verità,
una verità non avvilita nÈ distorta dal bisogno
di compiacere nessuno. Per me è una specie di magia.
Senza questo, non riesco a immaginare la mia vita. Senza questo,
non ho modo di sapere chi sono.
Ci riesco una volta, due, ogni tanto. Non sempre riesco a rendere
vero sulla carta il mondo che conosco. Riesco a far respirare
forte le donne e gli uomini che amo in una stanza vuota. A dare
forma, nell’ignota oscurità dell’immaginazione
altrui, ai sogni di cui non oso parlare. Scrivere queste storie
è il solo modo che conosco per accertarmi che ancora
una volta ho deciso di vivere, per opporre, momento per momento,
un piccolo grumo di testardaggine a un oceano di ignoranza e
cancellazione.
Scrivo storie. Scrivo fiction. Quello che metto sulla carta
è il mio terzo sguardo sulle cose che ho visto nella
vita: l’esperienza condensata e reinventata di una lesbica
della classe operaia, strabica, assuefatta alla violenza, al
linguaggio scurrile e alla speranza, che ha preso la decisione
di vivere, è determinata a vivere, sulla carta e non,
per me, e per i miei.
(Dorothy Allison)
Contributo di Rosanna Fiocchetto > Dorothy
Allison: La scrittura della verità
Opere di Dorithy Allison:
- “The Women Who Hate Me”,
poesie (1983; edizione allargata 1990).
- “Trash”, racconti (1988).
- “Bastard Out of Carolina”, romanzo (1992). Dal
libro è stato tratto un film diretto da Anjelica Huston.
- “Skin: Talking About Sex, Class and Literature”
(1994).
- “Two or Three Things I Know for Sure” (1995).
- “Cavedweller”, romanzo (1998). Anche da questo
romanzo è stato tratto un film nel 2004.
Link su Dorothy Allison:
http://www.dorothyallison.net/
http://www.queerculturalcenter.org/Pages/Allison/AllisonIndx.html
http://news-service.stanford.edu/news/2001/may23/dorothyallison-523.html
http://www.tulane.edu/~wc/zale/allison/allison.html
http://www.identitytheory.com/printme/allisonprint.html
http://www.salon.com/books/int/1998/03/cov_si_31intb.html
http://www.curvemag.com/Detailed/5.html
http://en.wikipedia.org/wiki/Dorothy_Allison
http://mchip00.nyu.edu/lit-med/lit-med-db/webdocs/webdescrips/allison734-des-.html
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