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Tra mito e incubo: i terribili anni cinquanta

di
Rosanna Fiocchetto

(Saggio pubblicato nel libro "I sapori della seduzione"
Il ricettario dell’amore tra donne nell’Italia degli anni ’50 di Gabriella Romano, edizione Ombre Corte, 2006)

Le donne normalizzate

Durante gli anni della guerra, molte cose per le donne italiane cambiano. Il fascismo e la resistenza chiedono loro di aderire al "modello virile" e di partecipare ad esperienze estreme, abbandonando il ruolo essenzialmente riproduttivo cui erano state inchiodate dal regime mussoliniano. Ricorda Miriam Mafai: "Ognuna di noi divenne, nel pericolo e nella miseria, più padrona di se stessa" (2). E sottolinea che l'iniziativa necessaria alla sopravvivenza "sollecita e stimola anche qualche corda segreta, quello spirito d'avventura che normalmente le donne reprimono e puniscono quasi fosse una vergogna o un peccato" (3). In assenza degli uomini, le donne vengono spinte dalla fame a cercare un lavoro o vengono chiamate a sostenere l'economia: sono largamente impiegate nei servizi pubblici e nel pubblico impiego, nell'industria e nell'agricoltura (con contratti a termine e a salario inferiore che, alla fine della parentesi bellica, ne consentiranno il licenziamento). In quei durissimi anni, oltre a mantenere se stesse e le proprie famiglie, le donne solidarizzano tra loro, scioperano, fanno le code per il razionamento, assaltano forni e municipi, depositi di carbone e di viveri, gestiscono il mercato nero, collaborano alla resistenza clandestina anche come semplici civili (4), vengono arrestate e bombardate, subiscono l'occupazione tedesca, si spingono fino alla disobbedienza civile selvaggia e alla guerriglia di strada.
Negli anni Cinquanta, però, gli uomini, i reduci, riprendono i loro lavori e rimandano a casa tranviere, bigliettaie, autiste di camion e motoaratrici, operaie specializzate. Tornano a casa anche le guerriere: le 35.000 combattenti partigiane e le 70.000 aderenti ai Gruppi di Difesa della Donna. Molte mancano all'appello o portano segni pesanti: 3.000 deportate nei campi di concentramento, 700 uccise, 360 confinate e 4.500 arrestate (5). Tornano a casa anche le circa 6.000 giovani "ausiliarie" fasciste della Repubblica di Salò, addestrate militarmente ma impiegate in compiti di assistenza ai "veri" guerrieri. (6) L'imprevista e paradossale "libertà" di guerra, pagata a carissimo prezzo, per le donne è finita: "Oltre che alla normalità, si torna alla moralità. E di questa moralità sono custodi, com'è naturale, i sacerdoti" (7).

Nel 1950, a conclusione del trionfale Giubileo nel quale proclama il dogma dell'Assunzione di Maria, papa Pio XII canonizza Maria Goretti, esaltando il valore della difesa della verginità, che diventa "la grande ossessione". Fino alla metà degli anni Settanta, il "difetto di verginità" o il "celamento della perdita della verginità" all'atto del matrimonio costituiranno per i giudici dei tribunali una causa di separazione per colpa della donna. La verginità è insieme un obbligo sociale e un "bene di famiglia" (8). La donna italiana, che esercita il diritto di voto solo dal 1946, smette di essere vergine solo per diventare "moglie e madre esemplare", "angelo del focolare".
Immaginetta della Beata Maria Goretti - Martire della Purità

Le casalinghe sono 14 milioni, tre volte di più delle donne che lavorano anche fuori casa. Il loro alter ego è la "maggiorata fisica", anche lei capace di compiacere gli uomini, insieme al modello pedofilo della "baby doll". Dal 1953 al 1957 il "caso Montesi", con i suoi torbidi intrighi che dilagano sulla stampa, contribuisce a criminalizzare le personalità femminili che non corrispondono a questi modelli. Ma la normalizzazione è ben più capillare e ha il suo centro nevralgico nei focolari domestici: per tutti gli anni Cinquanta i mariti possono legittimamente esercitare lo ius corrigendi , cioè picchiare le mogli a scopo "correttivo", e controllare la loro corrispondenza, in contrasto con l'articolo 15 della Costituzione.
I coniugi italici sono veri e propri "forzati del matrimonio": e le donne lo sono ancora di più. L'adultera è punita più severamente di un uomo a causa di quella che la legge definisce "imparità fisiologica". Nel 1954 Giulia Occhini, amante del ciclista Fausto Coppi e sposata, soprannominata "la dama bianca", viene arrestata per adulterio, abbandono del tetto coniugale e concubinaggio, e l'anno successivo condannata a tre mesi di carcere e al domicilio coatto: il reato di adulterio femminile sarà cancellato solo nel 1968. Agli uomini che "si fanno giustizia da sé" punendo le adultere vengono concesse

le attenuanti "d'onore": solo tre anni per un omicidio. Il codice penale ha strane ineguaglianze: lo stupro di una prostituta "costa" metà della pena, il sequestro di una donna è più grave se è sposata (cioè "proprietà della famiglia"), il marito può proibire alla moglie di lavorare. Il concetto di indissolubilità del matrimonio è tanto radicato che nel 1956 la proposta di legge socialista del "piccolo divorzio" (concesso in caso di condanna a più di 15 anni di carcere, di abbandono da oltre 15 anni, di malattia mentale inguaribile, di divorzio all'estero del coniuge, o di tentato uxoricidio) viene respinta dal parlamento. Inoltre, la Chiesa considera "peccatori" i coniugi sposati "solo" con rito civile e lo dichiara pubblicamente dai pulpiti, negando loro l'accesso ai sacramenti.
La senatrice Merlin

La sacralità e l'indissolubilità del legame con un uomo sono rafforzate dall'obbligo non scritto di esserne accompagnate a qualsiasi titolo nel sociale: per le donne vige il "coprifuoco", uscire la sera senza un accompagnatore maschio non si può. La separazione è consentita in casi estremi ma viene considerata qualcosa di vergognoso, e le mogli separate continuano ad avere l'obbligo di fedeltà (fino al 1974). La trasgressione implica non solo la cancellazione degli alimenti, ma la denuncia per adulterio che (solo per le donne) prevede il carcere e la perdita dei figli. Inoltre, anche da separate, non si può lasciare il cognome del marito. E le insegnanti separate sono sottoposte a sorveglianza dai Carabinieri, a garanzia della loro "moralità".

Nel 1958, grazie all'approvazione della legge presentata dieci anni prima dalla senatrice Lina Merlin, vengono chiusi i circa 600 bordelli di stato italiani, istituiti dall'esercito di Napoleone III; vi lavorano circa tremila prostitute che continuano però ad essere schedate dalla polizia. (9) Le "donne di servizio", invece, vivono ancora recluse nelle case padronali con orari di lavoro illimitati, sottoposte alle molestie sessuali dei maschi di famiglia; avranno un contratto di lavoro collettivo solo negli anni Sessanta. Le mogli subiscono anch'esse la loro dose di schiavitù sessuale: per tutti gli anni Cinquanta "i giudici riconoscono l'obbligo da parte della donna alla prestazione sessuale come remedium concupiscentiae a beneficio del marito, oppure in nome della continuità della stirpe" (10).

Roma. Casa di tolleranza di via Leonetto, 1958 [V.Cioni] Museo di Storia della Fotografia - Fratelli Alinari - donazione Cioni, Firenze

La riforma del diritto di famiglia è ancora lontana e i figli illegittimi sono costretti a subire la vergogna dell'"nn" sui documenti di identità. Legittimi e illegittimi sono tutti "partoriti con dolore", secondo i dettami religiosi: fino agli anni Sessanta l'uso degli anestetici nel parto è vietato dalla Chiesa. I bambini abbandonati sono circa 40.000 l'anno. Siamo in regime di "maternità dell'obbligo": l'aborto è fuori legge e la sua pratica clandestina miete innumerevoli vittime. L'informazione sui metodi anticoncezionali è reato secondo l'articolo 553 del codice penale (in vigore fino al 1971, ma abrogato solo nel 1978).
L'unica speranza per la generazione femminile più recente è la fuga in luoghi meno soggetti al controllo familiare e sociale: alla fine degli anni Cinquanta, molte ragazze si trasferiscono dalla campagna alla città per studiare o lavorare; tra i giovani sotto i 25 anni, sono più donne che uomini a cambiare residenza. Ma le disparità salariali e le limitazioni lavorative permangono, in una logica di discriminazione a 360 gradi, nonostante forti scioperi femminili, da quello delle contadine pugliesi a quelli delle tabacchine del Salento, delle mondine della Val Padana e delle operaie del nord. Le donne si battono per la parità di salario, contro la "clausola di nubilato" nelle assunzioni e per la legge di tutela delle lavoratrici madri, contro lo sfruttamento del lavoro a domicilio (che impiega per il 95% manodopera femminile). Ma anche per condizioni di lavoro in fabbrica meno disumane. In una inchiesta pubblicata il 2 aprile 1953 dal giornale "l'Unità", un gruppo di operaie della Snia di Cusano Maderno racconta: "Da noi in fabbrica ci sono dei canarini, e la nostra salute è regolata sulla loro vita. Quando i canarini muoiono, allora dobbiamo uscire in fretta dai reparti perché vuol dire che ci sono troppe esalazioni solforiche. Ma anche se ci sentiamo morire, prima che i canarini muoiano non abbiamo diritto di dire una parola"
Inoltre per tutti gli anni Cinquanta le donne sono escluse dalle giurie popolari, dalla magistratura e dalla carriera diplomatica (alla quale potranno accedere solo nel 1963). (11) Nella seconda legislatura diminuisce, e poi nelle successive continua a diminuire, il numero delle donne elette al parlamento: progressivamente espulse dalle stanze della politica e dalla partecipazione gestionale a quella Repubblica che hanno contribuito a costruire, le italiane vengono sempre più ricacciate nel mondo del quotidiano, edulcorato con le evasioni e i miti del successo, del facile arricchimento, delle "miss" e delle "signorine buonasera", dei fotoromanzi. Il messaggio, subliminale e non, è quello della "casalinghitudine" come felice approdo esistenziale: nel 1956, il matrimonio fra l'attrice Grace Kelly (che ha lasciato la sua carriera per sposarsi) e il principe Ranieri di Monaco viene trasmesso dalla Rai in Eurovisione come una "moderna" fiaba per ragazze.

L'unica associazione emancipazionista che cerca di contrastare questo stato di cose è l'Unione Donne Italiane, che nell'Italia democristiana viene definita "organizzazione socialcomunista". Racconta Marisa Rodano: "Il governo Scelba mandava la polizia a chiudere le colonie estive dell'Udi perchè non si era fatto l'alzabandiera o non si erano portati a messa i bambini la mattina; le militanti venivano arrestate quando diffondevano la mimosa, o vendevano Noi Donne, o raccoglievano firme per la pace. I nostri manifesti venivano sequestrati in tipografia". (12) Una donna che offre in strada un fiore (la mimosa) a un'altra donna, in occasione dell'8 marzo, viene regolarmente fermata dai poliziotti per "turbativa dell'ordine pubblico" (13).
8 marzo 1950. La copertina di "Noi Donne"
 

Le mosche bianche

L'omologazione educativa femminile comincia sui banchi di scuola, con libri di testo che fissano con implacabile chiarezza una "differenza" che è inferiorità, e con l'obbligatorio grembiule nero che nasconde vestiti e forme. Qualcuna però esce dai ranghi, si dichiara non più "prigioniera del grande harem" (14), costituisce l'eccezione che conferma la regola.
Irene Camber, schermitrice triestina, nel '52, a ventisei anni, trionfa nelle Olimpiadi di fioretto e poi nel '53 vince il titolo mondiale a Bruxelles. Le sorelle Fontana (Zoe, Micol e Giovanna), diventano le alfiere del made in Italy nella moda. Un'attrice anticonformista, Franca Valeri, smantella con la sua ironia, nel teatro e nel cinema, gli stereotipi femminili correnti. E su uno schermo invaso dalle "maggiorate" della commedia all'italiana, Anna Magnani e Giulietta Masina (con Lo sceicco bianco del '51 e Le notti di Cabiria del '56 di Federico Fellini) fanno la differenza.

 
 
Selezione per il concorso Miss Italia. Davanti alla giuria sfila Sofia Scicolone(poi Loren), 1950 [foto V. Carrese] Olycom, Milano  
Camilla Cederna con Anna Magnani
durante un'intervista, nel 1951
 
Anna Magnani nell'episodio
"La voce umana" dal film
"L'amore" di Roberto Rossellini, 1948. Archivio AFE, Roma

Una cantante che ha il volto di una casalinga, Nilla Pizzi, con la canzone Grazie dei fior vince nel 1951 il festival di Sanremo e vende l'allora enorme cifra di 35.000 dischi, replicando il successo con Vola colomba nel '52 e con L'edera del 1958. Una giornalista coraggiosa, Camilla Cederna, affronta la strada delle inchieste scomode partendo dal costume, e Gabriella Parca, con le testimonianze di Le italiane si confessano (1959), svela realtà che fino a quel momento avevano trovato voce solo in L'italiana in Italia (1956) di Anna Garofalo. La sceneggiatrice Suso Cecchi d'Amico è l'affabulatrice di molti capolavori del cinema italiano del decennio, come E' primavera (1950) di Renato Castellani, Miracolo a Milano (1951) di Vittorio De Sica, Bellissima (1951) di Luchino Visconti, I vinti (1952) e Le amiche (1955) di Antonioni, I soliti ignoti (1958) di Monicelli.
Emerge una generazione di scrittrici di grande talento: Alba de Céspedes con Dalla parte di lei (1949), Quaderno proibito (1952) e Prima e dopo (1955), Elsa Morante con L'isola di Arturo (1957), Anna Maria Ortese con Il mare non bagna Napoli (1953) e Silenzi a Milano (1958), Anna Banti con Le donne muoiono (1951), Lalla Romano con Le metamorfosi (1951), Maria (1953) e Tetto murato (1957), Natalia Ginzburg con Tutti i nostri ieri (1952) e molte altre spatriarcalizzano una letteratura che continua prevalentemente ad essere una catena di trasmissione intellettuale e culturale di donne-oggetto.

Lesbiche semi-invisibili, omosessuali criminali

Nei "terribili" anni Cinquanta, le lesbiche e gli omosessuali non hanno certo vita facile. E hanno pochi paesi-guida a cui guardare. Negli Stati Uniti, le statistiche del "Rapporto Kinsey" rivelano, tra il 1948 e il 1953, una percentuale di esperienze omosessuali dichiarate del 37% per gli uomini e del 28% per le donne. Eppure il senatore Joseph McCarthy, con la sua "caccia alle streghe" che coinvolge anche chiunque abbia una minima simpatia per la sinistra, scatena una imponente persecuzione contro i "pervertiti sessuali" con arresti, processi, commissioni d'inchiesta, migliaia di licenziamenti dalle forze armate e dalle amministrazioni civili. Il terrorismo è di tali dimensioni che ancora per oltre vent'anni le insegnanti lesbiche americane verranno abitualmente licenziate dal loro lavoro senza aver compiuto alcun reato, semplicemente per il fatto di essere lesbiche. La storica Lillian Faderman afferma: "Gli anni Cinquanta furono forse il periodo peggiore nella storia per le donne che amano le donne" (15).
Nel paese che si presenta, soprattutto per l'Italia, come l'emblema della democrazia, dopo la seconda guerra mondiale si verifica per cause di forza maggiore una scomparsa di massa della visibilità lesbica e omosessuale, sostituita da finti matrimoni e da una normalizzazione forzata, fatta di silenzi e bugie, mentre la sottocultura clandestina dei bar e dei locali, vissuti come ghetti, diventa l'unico rifugio dove poter essere se stesse e se stessi.
Anche la famosa giallista Patricia Highsmith, per non compromettere la sua carriera, preferisce firmare il suo romanzo lesbico Carol (The Price of Salt ) del 1952 con lo pseudonimo di Claire Morgan, rimandando la rivelazione della sua vera identità a tempi migliori.

Questo libro vende un milione di copie in pochi mesi e la scrittrice ha raccontato di aver ricevuto presso la casa editrice una quantità enorme di lettere entusiaste da parte di lesbiche e omosessuali, felici per il fatto "che i due personaggi principali arrivavano ad un lieto fine, o almeno al tentativo di avere un futuro insieme" (16). Un ritratto sociale di quegli anni, della "doppia vita" obbligatoria di lesbiche e gay e dell'assunzione di ruoli butch-femme frequente nella subculture antecedente alla rivolta di Stonewall, è offerto dal fenomeno tutto americano del "lesbo-pulp", realistici romanzi popolari che, grazie all'epilogo sempre infelice e quindi "edificante", riescono a sfuggire alla censura e rendono famose in quel circuito commerciale scrittrici come Ann Bannon e Valerie Taylor. E in questo "genere" letterario si sono cimentate, sempre sotto pseudonimo, anche autrici note come la regina della fantascienza Marion Zimmer Bradley.


L'atmosfera di repressione contro gli omosessuali è pesantissima anche in molti altri paesi. In Unione Sovietica, il "socialismo reale" condanna omosessuali e lesbiche ai lavori forzati in Siberia (nel caso degli intellettuali, anche alla soppressione delle loro opere), oppure li interna negli ospedali psichiatrici per sottoporli ad operazioni di lobotomia. La pena del carcere viene praticata anche negli altri paesi comunisti europei ed extra-europei, ed è spesso legata, come in Cina, al reato di "turbativa dell'ordine sociale". Negli anni Cinquanta l'omosessualità è un reato variamente punito anche in Austria, in Polonia, in Ungheria, nel Regno Unito, in Irlanda, a Malta, in Norvegia, in Finlandia, in Israele, mentre è legale in Danimarca, in Francia, in Lussemburgo, in Grecia (dal 1951), in Olanda, in Portogallo, in Spagna, in Svezia, in Svizzera.
In Italia la situazione è ben riassunta da un brano di una lettera dello scrittore Umberto Saba (1883-1957): "La gente, Bruno mio, ha un bisogno, un bisogno urgente di 'mettersi in libertà', di essere insomma liberata dalle sue inibizioni. Questo sarebbe il mestiere della mia vecchiaia: disgraziatamente, se lo esercitassi, la Celere sarebbe contro di me" (17). L'omosessualità era stata depenalizzata nel 1889 (nel Sud, nel 1812). Il fascismo, pur avendo rinunciato ad inserirla come reato specifico nel codice Rocco, la sanziona in caso di "pubblico scandalo", quale "pericolo alla sicurezza pubblica", "offesa al comune senso del pudore", o per "atti osceni in luogo pubblico", utilizzando il fermo di polizia, la schedatura e il confino come deterrenti. E infatti gli omosessuali e le lesbiche, durante il regime fascista, spariscono dalla scena sociale. Ma non vi rientrano nel dopoguerra, in un regime repubblicano dominato da un lato dal clericalismo democristiano e da una nuova destra che si ripropone in funzione "moralizzatrice", e dall'altro da una cultura di sinistra puritana e omofoba.
Negli anni Cinquanta in Italia il controllo sociale sulla sessualità è ferreo, senza vie d'uscita. Non c'è ancora una grossa differenza tra città e provincia: le città italiane continuano ad essere poco più di grossi villaggi e non garantiscono una maggiore libertà, come avverrà poi in seguito, né la possibilità di formare comunità o gruppi sociali alternativi. Una parte della storiografia gay che ha studiato questo periodo vi individua alcune caratteristiche peculiari rispetto alla vita degli omosessuali negli altri paesi: 1) la cosiddetta "bisessualità mediterranea", cioè la propensione di uomini e donne eterosessuali ad avere "normalmente", ma nascostamente, esperienze omosessuali e lesbiche in quanto esperienze soprattutto di "sfogo sessuale", fortemente inibito rispetto al sesso opposto; 2) la "doppia morale" di matrice cattolica che condiziona fortemente anche la politica e la società; 3) la mancanza di locali e di punti di incontro esclusivi, di proprietà o gestiti da omosessuali, quindi "identitari", e invece la frequentazione di luoghi "misti" che, in alcune grandi città come Milano, Torino, Roma, Napoli, Firenze, svolgono una "funzione latente" (18); 4) la totale assenza di associazionismo, con l'unica eccezione di un ristrettissimo e moderato "movimento omofilo" (19).
All'inizio del decennio il silenzio che copre omosessualità e lesbismo è pressochè totale, interrotto solo da pesanti interventi intimidatori "dall'alto", sia da destra che da sinistra. L'agomento, secondo le indicazioni della "religione di Stato", è "all'indice". Gli attivisti talebani di Padre Gemelli, fondatore dell'Università Cattolica, minacciano gli edicolanti che vendono riviste e pubblicazioni messe al bando dalla Chiesa cattolica. In modo simmetrico, la cultura comunista è "virilmente" persecutoria: Pier Paolo Pasolini viene espulso nel 1949 dalla Federazione del Pci di Pordenone per "indegnità morale", e nel 1950 Palmiro Togliatti in persona, in un editoriale su "l'Unità", schernisce pesantemente lo scrittore francese omosessuale André Gide. La "scarsa virilità", nel frasario ufficiale comunista, viene attribuita all'"appartenenza ai ceti sociali superiori" e a una "degenerazione borghese", in una equivalenza di disprezzo tra omosessuali e nemici di classe.
Avanzando negli anni Cinquanta, invece, l'argomento diventa di dominio pubblico e pervade quotidiani, riviste e discussioni tra intellettuali, politici, gente comune. Gli italiani cominciano a occuparsi della "realtà sociale" dell'omosessualità, in controtendenza con il precedente silenzio sul "segreto innominabile". Ma lo fanno sull'onda di fatti scandalistici che costellano in quegli anni le cronache - dai suicidi di amanti disperati per l'emarginazione sociale, ai processi a Pasolini e ad altri per "oltraggio al pudore", allo scandalo dei cosiddetti "balletti verdi" a Brescia (20) - e con un linguaggio vago ed insultante. Negli articoli si parla di "ambigue passioni", "amicizie equivoche", "mondo degli anormali", "fatti vergognosi", "torbido ambiente", "turpe vizio", "circuiti del vizio", "sconcia attività", "depravati", "ninfetti", "capovolti", "invertiti", "atti innominabili", "terzo sesso". La stessa parola "omosessualità" entra nel linguaggio comune solo dopo la nascita del movimento gay, quasi vent'anni dopo. Psicologi e sessuologi avanzano ipotesi di "cure", ormonali o psichiatriche, e in molti casi le praticano. Per i minorenni sotto tutela dei genitori, la minaccia del manicomio e degli elettroshock è sempre in agguato.

Nel 1952 Christine Jorgensen è la protagonista del primo intervento chirurgico di cambiamento di sesso da uomo a donna. Nel 1953 il dottor H. Benjamin presenta il termine "transessuale", spiegandone il significato, all'Accademia di Medicina di New York. Ma in Italia transessuali e travestiti sono "freaks" che, se manifestano da ragazzi la propria natura, vengono chiusi in "istituti di rieducazione", cioè nel carcere minorile (21). Vestire con gli abiti dell'"altro sesso" è un reato che implica la diffida e la schedatura. Solo nel mondo della moda è accettato il look da drag queen del sarto Emilio Schubert, che non desta particolare scandalo, ma compiaciuti sbeffeggiamenti.
L'amore è vietato. Gli omosessuali sono costretti a vivere rapporti sessuali furtivi, nell'oscurità dei cinema (22) o in luoghi appartati, giardini o bagni pubblici non frequentati, lungofiumi. La vera "dimensione proibita" è il rapporto stabile che può dare nell'occhio, l'affettività della coppia, e la convivenza è un sogno impossibile (23).
Christine Jorgensen
(30 maggio, 1926 – 3 maggio, 1989)

Racconta Angelo Pezzana: "Il problema era non farsi riconoscere dalla portinaia o dall'ambiente che ci circondava, dalla gente che frequentavamo. La prospettiva di una omosessualità integrata, 'normale', non esisteva. L'unico proposito era quello di scopare e di riuscire a farlo il più possibile, il meglio possibile, in maniera da non esporsi e da non correre pericoli" (24). Anche tra le lesbiche, gli approcci sono spesso avvelenati dalla diffidenza e da una paura sempre incombente. Qualche testimonianza sull'"orribile passato", sull'isolamento, sulle terrificanti esperienze nelle "case di cura", sulle difficoltà e i linciaggi della "vita da butch" è arrivata attraverso i "coming out" fatti in periodi meno oscuri (25).
Il cinema riversa sulla società, omosessuali e lesbiche compresi, immagini e storie negative e dissuasive. Quando lo schermo non è "velato", cioè quando raffigura i "diversi", questi vengono brutalmente trucidati (Gioventù bruciata, 1955; Improvvisamente l'estate scorsa, 1959). Solo Jack Lemmon, in A qualcuno piace caldo (1959) riesce a mantenere un travestimento femminile per un intero film senza fare una brutta fine; ma è eterosessuale. Le lesbiche, nei rari casi in cui vengono rappresentate, sono assassine, sadiche (Eva contro Eva, Chimere, Prima colpa, 1950; I diabolici, 1955) o torturatrici come la lesbica kapò nazista in Roma città aperta di Roberto Rossellini. Prima di scomparire, generalmente suicide e auto-eliminandosi, fanno fugaci apparizioni in una dimensione solo sessuale, semplici premesse all'avvento del maschio, in morbose avventure tra educande, novizie, malate o prigioniere, nei deprimenti contesti di conventi, carceri, ospedali; oppure costituiscono un doppio oggetto di piacere per appagare il voyeurismo maschile. Non fa eccezione, per l'ambiguità dei personaggi e la tristezza dell'epilogo, l'unico film interamente dedicato al lesbismo, Olivia (1951) di Jacqueline Audry, sceneggiato da Colette su un romanzo di Dorothy Strachey.
Neanche la letteratura propone personaggi positivi, e gli stessi scrittori omosessuali si adeguano ai modelli degli autori eterosessuali. Alcuni (Umberto Saba, Giovanni Comisso, Sandro Penna), a causa della censura o dell'autocensura mettono nel cassetto i loro libri più autentici per pubblicarli solo più tardi. I marchettari disperati di Pier Paolo Pasolini (Ragazzi di vita, 1955; Una vita violenta, 1959), il medico vittima ne Gli occhiali d'oro (1957) di Giorgio Bassani, i corrotti di Alberto Moravia (Il conformista, 1951), Goffredo Parise (Il ragazzo morto e le comete, 1952) Carlo Emilio Gadda, Giovanni Comisso, Vasco Pratolini sono immagini degradate, esempi tutt'altro che ispiratori (26).

Le "lesbiche di carta" sono invece quasi invisibili. Negli anni Cinquanta circolano tradotti in italiano soltanto il tragico Il pozzo della solitudine di Radclyffe Hall, stampato dall'editore milanese Dall'Oglio nel 1948, l'altrettanto sconfortante La calunnia (1950) di Lillian Hellman, il morboso Olivia (1959) della Strachey, ancora coperta dallo pseudonimo "Olivia". Nel 1949 è uscito in Francia Il secondo sesso di Simone de Beauvoir, con una timida difesa del lesbismo, ma verrà pubblicato in Italia solo nel 1961. Il "neorealismo lesbico" troverà testimonianza letteraria solo recentemente, con le rievocazioni de Il paese di calce di Bibi Tomasi e di Nebris di Sara Zanghì. (27)
Radclyffe Hall

Ripercorrere questi "tetri" anni Cinquanta, oggi, ha un doppio senso: rintracciare radici, atmosfere, comportamenti (forse non del tutto perduti) di identità e soggettività negate, ma anche chiedersi se molti di quei fantasmi siano stati veramente esorcizzati e sconfitti nel corso del tempo, e quanta strada resti ancora da fare, e quanta in realtà ne è stata fatta, perchè la discriminazione rimanga solo un ricordo, non certo nostalgico - anche se a questo ricordo sono pur sempre legati giovinezze, sentimenti, coraggiose e irriducibili trasgressioni.

NOTE
(1). Analizzata nel 1963 dalla femminista americana Betty Friedan nel libro "The Feminine Mystique" (in italiano "La mistica della femminilità", Comunità, Milano 1963).
(2). Miriam Mafai, "Pane nero - Donne e vita quotidiana nella Seconda guerra mondiale", Mondadori, Milano 1987, p.4.
(3). Miriam Mafai, op.cit., pp.59-60.
(4). Come il personaggio del romanzo di Renata Viganò "L'Agnese va a morire", Einaudi, Torino 1949.
(5). Luciana Viviani, "Le guerriere tornarono a casa - Dai Gruppi di Difesa della Donna alla nascita dell'Udi", in "Esperienza storica femminile nell'età moderna e contemporanea", vol.I, UDI, Roma 1988, pp.167-76.
(6). Il Servizio Ausiliario Femminile venne istituito dal fascismo nella primavera del 1944 e fondato, con la carica di generale di brigata, da Piera Gatteschi Fondelli, squadrista della prima ora e Fiduciaria dei Fasci Femminili dell'Urbe. Le ausiliarie dovevano essere italiane, ariane, fra i 18 e i 35 anni; erano impiegate come pulitrici, cuciniere, dattilografe, infermiere, telefoniste. Il SAF era un esercito estremamente bigotto: i pantaloni erano messi al bando, le ragazze dovevano portare gonne 4 cm. sotto il ginocchio, non potevano fumare né mettersi il rossetto. Venne sciolto il 25 aprile 1945. Per la sua storia, vedi: Maria Fraddosio, "Donne nell'esercito di Salò", nella rivista "Memoria" n.4, giugno 1982, pp.59-76; e Ulderico Munzi, "Donne di Salò", Sperling & Kupfer, Milano 1999.
(7). Miriam Mafai, op.cit., p. 265.
(8). Marta Boneschi, "Santa pazienza - La storia delle donne italiane dal dopoguerra ad oggi", Mondadori, Milano 1998, p.66.
(9). Lina Merlin pubblica nel 1951 insieme a Carla Barberis le "Lettere dalle case chiuse", impressionante documento della prostituzione di stato e del suo regime di "indegna schiavitù". Vedi anche l'autobiografia: Lina Merlin, "La mia vita", Giunti, Firenze 1989.
(10). Boneschi, "Santa pazienza", op.cit., p. 103.
(11). Per la condizione delle donne negli anni Cinquanta, vedi: Aa.Vv., "Il Novecento delle italiane", Editori Riuniti, Roma 2002; Marta Boneschi, "Poveri ma belli - I nostri Anni Cinquanta", Mondadori, Milano 1995.
(12). Marisa Rodano, "In quanto donne - L'UDI dal 1952 al 1964", in "Esperienza storica femminile nell'età moderna e contemporanea", op.cit., pp.177-194.
(13). Sulla "sovversività" dell'UDI negli anni Cinquanta, vedi anche: Tilde Capomazza, Marisa Ombra, "8 marzo - Storie, miti, riti della giornata internazionale della donna", Utopia, Roma 1987.
(14). Laura Lilli, "Prigioniere del grande harem", in "Memoria" n.6, 1982.
(15). Lillian Faderman, "Odd Girls and Twilight Lovers - A History of Lesbian Life in Twentieth-Century America", Columbia University Press, New York 1991.
(16). Patricia Highsmith, postfazione a "Carol", Bompiani, Milano 1997.
(17). Umberto Saba, lettera a Bruno Pincherle, 30 giugno 1953, in "Tredici lettere di Umberto Saba in cui si parla di Ernesto ", in: U. Saba, Ernesto , Einaudi, Torino 1975, p.147. Questo romanzo di Saba, a tematica omosessuale, è stato scritto nel 1953 ma venne pubblicato solo vent'anni dopo.
(18). Marzio Barbagli, Asher Colombo, "Quando non c'erano i locali esclusivi", in "Omosessuali moderni - Gay e lesbiche in Italia", Il Mulino, Bologna 2001.
(19). Il "movimento omofilo" era ispirato all'associazione francese "Arcadie", fondata nel 1954 da André Baudry. Vedi tra gli altri: Giovanni Dall'Orto, "Gino Olivari e l'omosessualità negli anni Cinquanta e Sessanta", in "Babilonia" n.64, febbraio 1989, pp.51-53; Giovanni Dall'Orto, "La 'tolleranza repressiva' dell'omosessualità", in "Omosessuali e Stato", Cassero, Bologna 1988; Gianni Rossi Barilli, "Il movimento gay in Italia", Feltrinelli, Milano 1999.
(20). Nel 1960, poco prima delle elezioni e chiaramente pilotata a questo scopo, l'indagine sui "balletti verdi" a Brescia coinvolse 187 persone (tra cui alcuni sacerdoti), accusate di aver partecipato a "festini" omosessuali che coinvolgevano anche minorenni. Il nome di "balletti verdi", una invenzione giornalistica, ricalcava lo scandalo dei "balletti rosa" di Parigi, convegni tra uomini e ragazze minorenni, con un'allusione al "garofano verde" reso famoso da Oscar Wilde. L'inchiesta, partita dalla denuncia di un padre per il figlio quindicenne, riguardava un piccolo giro di pedofilia e di prostituzione, ma fece scattare un vero e proprio rastrellamento di omosessuali. Il processo si concluse con 16 condanne, tre suicidi di persone ingiustamente coinvolte e varie emigrazioni all'estero, fra cui la fuga di un prete in Olanda. Lo scandalo fu anche strumentale alla presentazione di tre progetti di legge per criminalizzare l'omosessualità, presentati nel 1960 e nel 1961 dal Movimento Sociale, e nel 1963 dal PSDI, tutti e tre decaduti. La vicenda è stata analizzata da Stefano Bolognini nel libro "Balletti verdi - Uno scandalo omosessuale", Liberedizioni, Brescia 2000.
(21). Vedi la testimonianza della trans Nadia in: Porpora Marcasciano, "Tra le rose e le viole - La storia e le storie di transessuali e travestiti", Manifesto Libri, Roma 2002.
(22). La sessualità gay nei cinema è una caratteristica particolare della situazione italiana, sconosciuta negli altri paesi, ed è stata descritta nei racconti "d'epoca" di Piero Santi "Ombre rosse", Vallecchi, Firenze 1954.
(23). Di questa privazione "storica" non sempre gli omosessuali maschi si sono dimostrati coscienti, in qualche caso arrivando a rimpiangere la maggiore "facilità" degli incontri casuali degli anni Cinquanta in luoghi non protetti. Ad esempio Alberto Arbasino prese snobisticamente le distanze dal movimento gay degli anni Settanta esibendo un atteggiamento nostalgico per "la società più bisessuale d'Europa", quando il sesso "era facile e diffuso, spontaneo e disponibile, allegro e sportivo, pagano e gentile, privo di colpe cattoliche e di rimorsi puritani e di complessi borghesi, soprattutto perchè finchè una cosa non viene nominata dunque non esiste e rimane invisibile anche se la si fa" (Alberto Arbasino, "Su quelle brande tra i boschetti a chi importava della Società?", in "La Repubblica", 26 gennaio 1978).
(24). Angelo Pezzana, "La memoria dei momenti di orrore e della lotta civile", in "Le identità gay", a cura di Giuseppe Iaculo, Fabio Croce editore, Roma 2002, pp. 211-29.
(25). Matilde Finocchi, Rosetta Froncillo, Alice Valentini, "E la madre, tra l'altro, è una pittrice... Dialoghi tra lesbiche", Felina editrice, Roma 1980.
(26). Vedi: Francesco Gnerre, "L'eroe negato - Omosessualità e letteratura nel Novecento italiano", Baldini & Castoldi, Milano 2000.
(27). Bibi Tomasi, "Il paese di calce", Pratiche, Milano 1999; Sara Zanghì, "Nebris", Empirìa, Roma 2003.

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