| Le
donne normalizzate
Durante gli anni
della guerra, molte cose per le donne italiane cambiano.
Il fascismo e la resistenza chiedono loro di aderire al
"modello virile" e di partecipare ad esperienze
estreme, abbandonando il ruolo essenzialmente riproduttivo
cui erano state inchiodate dal regime mussoliniano. Ricorda
Miriam Mafai: "Ognuna di noi divenne, nel pericolo
e nella miseria, più padrona di se stessa" (2).
E sottolinea che l'iniziativa necessaria alla sopravvivenza
"sollecita e stimola anche qualche corda segreta, quello
spirito d'avventura che normalmente le donne reprimono e
puniscono quasi fosse una vergogna o un peccato" (3).
In assenza degli uomini, le donne vengono spinte dalla fame
a cercare un lavoro o vengono chiamate a sostenere l'economia:
sono largamente impiegate nei servizi pubblici e nel pubblico
impiego, nell'industria e nell'agricoltura (con contratti
a termine e a salario inferiore che, alla fine della parentesi
bellica, ne consentiranno il licenziamento). In quei durissimi
anni, oltre a mantenere se stesse e le proprie famiglie,
le donne solidarizzano tra loro, scioperano, fanno le code
per il razionamento, assaltano forni e municipi, depositi
di carbone e di viveri, gestiscono il mercato nero, collaborano
alla resistenza clandestina anche come semplici civili (4),
vengono arrestate e bombardate, subiscono l'occupazione
tedesca, si spingono fino alla disobbedienza civile selvaggia
e alla guerriglia di strada.
Negli anni Cinquanta, però, gli uomini, i reduci,
riprendono i loro lavori e rimandano a casa tranviere, bigliettaie,
autiste di camion e motoaratrici, operaie specializzate.
Tornano a casa anche le guerriere: le 35.000 combattenti
partigiane e le 70.000 aderenti ai Gruppi di Difesa della
Donna. Molte mancano all'appello o portano segni pesanti:
3.000 deportate nei campi di concentramento, 700 uccise,
360 confinate e 4.500 arrestate (5). Tornano a casa anche
le circa 6.000 giovani "ausiliarie" fasciste della
Repubblica di Salò, addestrate militarmente ma impiegate
in compiti di assistenza ai "veri" guerrieri.
(6) L'imprevista e paradossale "libertà"
di guerra, pagata a carissimo prezzo, per le donne è
finita: "Oltre che alla normalità, si torna
alla moralità. E di questa moralità sono custodi,
com'è naturale, i sacerdoti" (7).
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Nel
1950, a conclusione del trionfale Giubileo nel quale
proclama il dogma dell'Assunzione di Maria, papa Pio
XII canonizza Maria Goretti, esaltando il valore della
difesa della verginità, che diventa "la
grande ossessione". Fino alla metà degli
anni Settanta, il "difetto di verginità"
o il "celamento della perdita della verginità"
all'atto del matrimonio costituiranno per i giudici
dei tribunali una causa di separazione per colpa della
donna. La verginità è insieme un obbligo
sociale e un "bene di famiglia" (8). La
donna italiana, che esercita il diritto di voto solo
dal 1946, smette di essere vergine solo per diventare
"moglie e madre esemplare", "angelo
del focolare". |
| Immaginetta della Beata
Maria Goretti - Martire della Purità |
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Le casalinghe sono
14 milioni, tre volte di più delle donne che lavorano
anche fuori casa. Il loro alter ego è la "maggiorata
fisica", anche lei capace di compiacere gli uomini,
insieme al modello pedofilo della "baby doll".
Dal 1953 al 1957 il "caso Montesi", con i suoi
torbidi intrighi che dilagano sulla stampa, contribuisce
a criminalizzare le personalità femminili che non
corrispondono a questi modelli. Ma la normalizzazione è
ben più capillare e ha il suo centro nevralgico nei
focolari domestici: per tutti gli anni Cinquanta i mariti
possono legittimamente esercitare lo ius corrigendi , cioè
picchiare le mogli a scopo "correttivo", e controllare
la loro corrispondenza, in contrasto con l'articolo 15 della
Costituzione.
I coniugi italici sono veri e propri "forzati del matrimonio":
e le donne lo sono ancora di più. L'adultera è
punita più severamente di un uomo a causa di quella
che la legge definisce "imparità fisiologica".
Nel 1954 Giulia Occhini, amante del ciclista Fausto Coppi
e sposata, soprannominata "la dama bianca", viene
arrestata per adulterio, abbandono del tetto coniugale e
concubinaggio, e l'anno successivo condannata a tre mesi
di carcere e al domicilio coatto: il reato di adulterio
femminile sarà cancellato solo nel 1968. Agli uomini
che "si fanno giustizia da sé" punendo
le adultere vengono concesse
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le attenuanti "d'onore": solo tre anni per
un omicidio. Il codice penale ha strane ineguaglianze:
lo stupro di una prostituta "costa" metà
della pena, il sequestro di una donna è più
grave se è sposata (cioè "proprietà
della famiglia"), il marito può proibire
alla moglie di lavorare. Il concetto di indissolubilità
del matrimonio è tanto radicato che nel 1956
la proposta di legge socialista del "piccolo
divorzio" (concesso in caso di condanna a più
di 15 anni di carcere, di abbandono da oltre 15 anni,
di malattia mentale inguaribile, di divorzio all'estero
del coniuge, o di tentato uxoricidio) viene respinta
dal parlamento. Inoltre, la Chiesa considera "peccatori"
i coniugi sposati "solo" con rito civile
e lo dichiara pubblicamente dai pulpiti, negando loro
l'accesso ai sacramenti. |
| La senatrice Merlin |
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La sacralità
e l'indissolubilità del legame con un uomo sono rafforzate
dall'obbligo non scritto di esserne accompagnate a qualsiasi
titolo nel sociale: per le donne vige il "coprifuoco",
uscire la sera senza un accompagnatore maschio non si può.
La separazione è consentita in casi estremi ma viene
considerata qualcosa di vergognoso, e le mogli separate
continuano ad avere l'obbligo di fedeltà (fino al
1974). La trasgressione implica non solo la cancellazione
degli alimenti, ma la denuncia per adulterio che (solo per
le donne) prevede il carcere e la perdita dei figli. Inoltre,
anche da separate, non si può lasciare il cognome
del marito. E le insegnanti separate sono sottoposte a sorveglianza
dai Carabinieri, a garanzia della loro "moralità".
Nel
1958, grazie all'approvazione della legge presentata
dieci anni prima dalla senatrice Lina
Merlin, vengono chiusi i
circa 600 bordelli di stato italiani, istituiti dall'esercito
di Napoleone III; vi lavorano circa tremila prostitute
che continuano però ad essere schedate dalla
polizia. (9) Le "donne di servizio", invece,
vivono ancora recluse nelle case padronali con orari
di lavoro illimitati, sottoposte alle molestie sessuali
dei maschi di famiglia; avranno un contratto di lavoro
collettivo solo negli anni Sessanta. Le mogli subiscono
anch'esse la loro dose di schiavitù sessuale:
per tutti gli anni Cinquanta "i giudici riconoscono
l'obbligo da parte della donna alla prestazione sessuale
come remedium concupiscentiae a beneficio del marito,
oppure in nome della continuità della stirpe"
(10). |
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Roma.
Casa di tolleranza di via Leonetto, 1958 [V.Cioni]
Museo di Storia della Fotografia - Fratelli Alinari
- donazione Cioni, Firenze |
La riforma del diritto
di famiglia è ancora lontana e i figli illegittimi
sono costretti a subire la vergogna dell'"nn"
sui documenti di identità. Legittimi e illegittimi
sono tutti "partoriti con dolore", secondo i dettami
religiosi: fino agli anni Sessanta l'uso degli anestetici
nel parto è vietato dalla Chiesa. I bambini abbandonati
sono circa 40.000 l'anno. Siamo in regime di "maternità
dell'obbligo": l'aborto è fuori legge e la sua
pratica clandestina miete innumerevoli vittime. L'informazione
sui metodi anticoncezionali è reato secondo l'articolo
553 del codice penale (in vigore fino al 1971, ma abrogato
solo nel 1978).
L'unica speranza per la generazione femminile più
recente è la fuga in luoghi meno soggetti al controllo
familiare e sociale: alla fine degli anni Cinquanta, molte
ragazze si trasferiscono dalla campagna alla città
per studiare o lavorare; tra i giovani sotto i 25 anni,
sono più donne che uomini a cambiare residenza. Ma
le disparità salariali e le limitazioni lavorative
permangono, in una logica di discriminazione a 360 gradi,
nonostante forti scioperi femminili, da quello delle contadine
pugliesi a quelli delle tabacchine del Salento, delle mondine
della Val Padana e delle operaie del nord. Le donne si battono
per la parità di salario, contro la "clausola
di nubilato" nelle assunzioni e per la legge di tutela
delle lavoratrici madri, contro lo sfruttamento del lavoro
a domicilio (che impiega per il 95% manodopera femminile).
Ma anche per condizioni di lavoro in fabbrica meno disumane.
In una inchiesta pubblicata il 2 aprile 1953 dal giornale
"l'Unità", un gruppo di operaie della Snia
di Cusano Maderno racconta: "Da noi in fabbrica ci
sono dei canarini, e la nostra salute è regolata
sulla loro vita. Quando i canarini muoiono, allora dobbiamo
uscire in fretta dai reparti perché vuol dire che
ci sono troppe esalazioni solforiche. Ma anche se ci sentiamo
morire, prima che i canarini muoiano non abbiamo diritto
di dire una parola"
Inoltre per tutti gli anni Cinquanta le donne sono escluse
dalle giurie popolari, dalla magistratura e dalla carriera
diplomatica (alla quale potranno accedere solo nel 1963).
(11) Nella seconda legislatura diminuisce, e poi nelle successive
continua a diminuire, il numero delle donne elette al parlamento:
progressivamente espulse dalle stanze della politica e dalla
partecipazione gestionale a quella Repubblica che hanno
contribuito a costruire, le italiane vengono sempre più
ricacciate nel mondo del quotidiano, edulcorato con le evasioni
e i miti del successo, del facile arricchimento, delle "miss"
e delle "signorine buonasera", dei fotoromanzi.
Il messaggio, subliminale e non, è quello della "casalinghitudine"
come felice approdo esistenziale: nel 1956, il matrimonio
fra l'attrice Grace Kelly (che ha lasciato la sua carriera
per sposarsi) e il principe Ranieri di Monaco viene trasmesso
dalla Rai in Eurovisione come una "moderna" fiaba
per ragazze.
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L'unica
associazione emancipazionista che cerca di contrastare
questo stato di cose è l'Unione
Donne Italiane, che nell'Italia democristiana
viene definita "organizzazione socialcomunista".
Racconta Marisa Rodano: "Il governo Scelba mandava
la polizia a chiudere le colonie estive dell'Udi perchè
non si era fatto l'alzabandiera o non si erano portati
a messa i bambini la mattina; le militanti venivano
arrestate quando diffondevano la mimosa, o vendevano
Noi Donne, o raccoglievano firme per la pace. I nostri
manifesti venivano sequestrati in tipografia".
(12) Una donna che offre in strada un fiore (la mimosa)
a un'altra donna, in occasione dell'8 marzo, viene
regolarmente fermata dai poliziotti per "turbativa
dell'ordine pubblico" (13). |
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| 8 marzo 1950. La copertina di "Noi
Donne" |
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Le
mosche bianche
L'omologazione educativa
femminile comincia sui banchi di scuola, con libri di testo
che fissano con implacabile chiarezza una "differenza"
che è inferiorità, e con l'obbligatorio grembiule
nero che nasconde vestiti e forme. Qualcuna però
esce dai ranghi, si dichiara non più "prigioniera
del grande harem" (14), costituisce l'eccezione che
conferma la regola.
Irene Camber, schermitrice triestina, nel '52, a ventisei
anni, trionfa nelle Olimpiadi di fioretto e poi nel '53
vince il titolo mondiale a Bruxelles. Le sorelle Fontana
(Zoe, Micol e Giovanna), diventano le alfiere del made in
Italy nella moda. Un'attrice anticonformista, Franca Valeri,
smantella con la sua ironia, nel teatro e nel cinema, gli
stereotipi femminili correnti. E su uno schermo invaso dalle
"maggiorate" della commedia all'italiana, Anna
Magnani e Giulietta Masina (con Lo sceicco bianco del '51
e Le notti di Cabiria del '56 di Federico Fellini) fanno
la differenza.
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| Selezione
per il concorso Miss Italia. Davanti alla giuria sfila
Sofia Scicolone(poi Loren), 1950 [foto V. Carrese]
Olycom, Milano |
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Camilla
Cederna con Anna Magnani
durante un'intervista, nel 1951 |
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Anna
Magnani nell'episodio
"La voce umana" dal film
"L'amore" di Roberto Rossellini, 1948. Archivio
AFE, Roma |
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Una cantante che
ha il volto di una casalinga, Nilla Pizzi, con la canzone
Grazie dei fior vince nel 1951 il festival di Sanremo e
vende l'allora enorme cifra di 35.000 dischi, replicando
il successo con Vola colomba nel '52 e con L'edera del 1958.
Una giornalista coraggiosa, Camilla Cederna, affronta la
strada delle inchieste scomode partendo dal costume, e Gabriella
Parca, con le testimonianze di Le italiane si confessano
(1959), svela realtà che fino a quel momento avevano
trovato voce solo in L'italiana in Italia (1956) di Anna
Garofalo. La sceneggiatrice Suso Cecchi d'Amico è
l'affabulatrice di molti capolavori del cinema italiano
del decennio, come E' primavera (1950) di Renato Castellani,
Miracolo a Milano (1951) di Vittorio De Sica, Bellissima
(1951) di Luchino Visconti, I vinti (1952) e Le amiche (1955)
di Antonioni, I soliti ignoti (1958) di Monicelli.
Emerge una generazione di scrittrici di grande talento:
Alba de Céspedes con Dalla parte di lei (1949), Quaderno
proibito (1952) e Prima e dopo (1955), Elsa Morante con
L'isola di Arturo (1957), Anna Maria Ortese con Il mare
non bagna Napoli (1953) e Silenzi a Milano (1958), Anna
Banti con Le donne muoiono (1951), Lalla Romano con Le metamorfosi
(1951), Maria (1953) e Tetto murato (1957), Natalia Ginzburg
con Tutti i nostri ieri (1952) e molte altre spatriarcalizzano
una letteratura che continua prevalentemente ad essere una
catena di trasmissione intellettuale e culturale di donne-oggetto.
Lesbiche
semi-invisibili, omosessuali criminali
Nei "terribili"
anni Cinquanta, le lesbiche e gli omosessuali non hanno
certo vita facile. E hanno pochi paesi-guida a cui guardare.
Negli Stati Uniti, le statistiche del "Rapporto Kinsey"
rivelano, tra il 1948 e il 1953, una percentuale di esperienze
omosessuali dichiarate del 37% per gli uomini e del 28%
per le donne. Eppure il senatore Joseph McCarthy, con la
sua "caccia alle streghe" che coinvolge anche
chiunque abbia una minima simpatia per la sinistra, scatena
una imponente persecuzione contro i "pervertiti sessuali"
con arresti, processi, commissioni d'inchiesta, migliaia
di licenziamenti dalle forze armate e dalle amministrazioni
civili. Il terrorismo è di tali dimensioni che ancora
per oltre vent'anni le insegnanti lesbiche americane verranno
abitualmente licenziate dal loro lavoro senza aver compiuto
alcun reato, semplicemente per il fatto di essere lesbiche.
La storica Lillian Faderman afferma: "Gli anni Cinquanta
furono forse il periodo peggiore nella storia per le donne
che amano le donne" (15).
Nel paese che si presenta, soprattutto per l'Italia, come
l'emblema della democrazia, dopo la seconda guerra mondiale
si verifica per cause di forza maggiore una scomparsa di
massa della visibilità lesbica e omosessuale, sostituita
da finti matrimoni e da una normalizzazione forzata, fatta
di silenzi e bugie, mentre la sottocultura clandestina dei
bar e dei locali, vissuti come ghetti, diventa l'unico rifugio
dove poter essere se stesse e se stessi.
Anche la famosa giallista Patricia
Highsmith, per non compromettere la sua carriera, preferisce
firmare il suo romanzo lesbico Carol (The Price of Salt
) del 1952 con lo pseudonimo di Claire Morgan, rimandando
la rivelazione della sua vera identità a tempi migliori.
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Questo libro vende
un milione di copie in pochi mesi e la scrittrice ha raccontato
di aver ricevuto presso la casa editrice una quantità
enorme di lettere entusiaste da parte di lesbiche e omosessuali,
felici per il fatto "che i due personaggi principali
arrivavano ad un lieto fine, o almeno al tentativo di avere
un futuro insieme" (16). Un ritratto sociale di quegli
anni, della "doppia vita" obbligatoria di lesbiche
e gay e dell'assunzione di ruoli butch-femme frequente nella
subculture antecedente alla rivolta di Stonewall, è
offerto dal fenomeno tutto americano del "lesbo-pulp",
realistici romanzi
popolari che, grazie all'epilogo sempre infelice e quindi
"edificante", riescono a sfuggire alla censura
e rendono famose in quel circuito commerciale scrittrici
come Ann
Bannon e Valerie Taylor. E in questo "genere"
letterario si sono cimentate, sempre sotto pseudonimo, anche
autrici note come la regina della fantascienza Marion Zimmer
Bradley.
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L'atmosfera di repressione contro gli omosessuali è
pesantissima anche in molti altri paesi. In Unione Sovietica,
il "socialismo reale" condanna omosessuali e lesbiche
ai lavori forzati in Siberia (nel caso degli intellettuali,
anche alla soppressione delle loro opere), oppure li interna
negli ospedali psichiatrici per sottoporli ad operazioni
di lobotomia. La pena del carcere viene praticata anche
negli altri paesi comunisti europei ed extra-europei, ed
è spesso legata, come in Cina, al reato di "turbativa
dell'ordine sociale". Negli anni Cinquanta l'omosessualità
è un reato variamente punito anche in Austria, in
Polonia, in Ungheria, nel Regno Unito, in Irlanda, a Malta,
in Norvegia, in Finlandia, in Israele, mentre è legale
in Danimarca, in Francia, in Lussemburgo, in Grecia (dal
1951), in Olanda, in Portogallo, in Spagna, in Svezia, in
Svizzera.
In Italia la situazione è ben riassunta da un brano
di una lettera dello scrittore Umberto Saba (1883-1957):
"La gente, Bruno mio, ha un bisogno, un bisogno urgente
di 'mettersi in libertà', di essere insomma liberata
dalle sue inibizioni. Questo sarebbe il mestiere della mia
vecchiaia: disgraziatamente, se lo esercitassi, la Celere
sarebbe contro di me" (17). L'omosessualità
era stata depenalizzata nel 1889 (nel Sud, nel 1812). Il
fascismo, pur avendo rinunciato ad inserirla come reato
specifico nel codice Rocco, la sanziona in caso di "pubblico
scandalo", quale "pericolo alla sicurezza pubblica",
"offesa al comune senso del pudore", o per "atti
osceni in luogo pubblico", utilizzando il fermo di
polizia, la schedatura e il confino come deterrenti. E infatti
gli omosessuali e le lesbiche, durante il regime fascista,
spariscono dalla scena sociale. Ma non vi rientrano nel
dopoguerra, in un regime repubblicano dominato da un lato
dal clericalismo democristiano e da una nuova destra che
si ripropone in funzione "moralizzatrice", e dall'altro
da una cultura di sinistra puritana e omofoba.
Negli anni Cinquanta in Italia il controllo sociale sulla
sessualità è ferreo, senza vie d'uscita. Non
c'è ancora una grossa differenza tra città
e provincia: le città italiane continuano ad essere
poco più di grossi villaggi e non garantiscono una
maggiore libertà, come avverrà poi in seguito,
né la possibilità di formare comunità
o gruppi sociali alternativi. Una parte della storiografia
gay che ha studiato questo periodo vi individua alcune caratteristiche
peculiari rispetto alla vita degli omosessuali negli altri
paesi: 1) la cosiddetta "bisessualità mediterranea",
cioè la propensione di uomini e donne eterosessuali
ad avere "normalmente", ma nascostamente, esperienze
omosessuali e lesbiche in quanto esperienze soprattutto
di "sfogo sessuale", fortemente inibito rispetto
al sesso opposto; 2) la "doppia morale" di matrice
cattolica che condiziona fortemente anche la politica e
la società; 3) la mancanza di locali e di punti di
incontro esclusivi, di proprietà o gestiti da omosessuali,
quindi "identitari", e invece la frequentazione
di luoghi "misti" che, in alcune grandi città
come Milano, Torino, Roma, Napoli, Firenze, svolgono una
"funzione latente" (18); 4) la totale assenza
di associazionismo, con l'unica eccezione di un ristrettissimo
e moderato "movimento omofilo" (19).
All'inizio del decennio il silenzio che copre omosessualità
e lesbismo è pressochè totale, interrotto
solo da pesanti interventi intimidatori "dall'alto",
sia da destra che da sinistra. L'agomento, secondo le indicazioni
della "religione di Stato", è "all'indice".
Gli attivisti talebani di Padre Gemelli, fondatore dell'Università
Cattolica, minacciano gli edicolanti che vendono riviste
e pubblicazioni messe al bando dalla Chiesa cattolica. In
modo simmetrico, la cultura comunista è "virilmente"
persecutoria: Pier Paolo Pasolini viene espulso nel 1949
dalla Federazione del Pci di Pordenone per "indegnità
morale", e nel 1950 Palmiro Togliatti in persona, in
un editoriale su "l'Unità", schernisce
pesantemente lo scrittore francese omosessuale André
Gide. La "scarsa virilità", nel frasario
ufficiale comunista, viene attribuita all'"appartenenza
ai ceti sociali superiori" e a una "degenerazione
borghese", in una equivalenza di disprezzo tra omosessuali
e nemici di classe.
Avanzando negli anni Cinquanta, invece, l'argomento diventa
di dominio pubblico e pervade quotidiani, riviste e discussioni
tra intellettuali, politici, gente comune. Gli italiani
cominciano a occuparsi della "realtà sociale"
dell'omosessualità, in controtendenza con il precedente
silenzio sul "segreto innominabile". Ma lo fanno
sull'onda di fatti scandalistici che costellano in quegli
anni le cronache - dai suicidi di amanti disperati per l'emarginazione
sociale, ai processi a Pasolini e ad altri per "oltraggio
al pudore", allo scandalo dei cosiddetti "balletti
verdi" a Brescia (20) - e con un linguaggio vago ed
insultante. Negli articoli si parla di "ambigue passioni",
"amicizie equivoche", "mondo degli anormali",
"fatti vergognosi", "torbido ambiente",
"turpe vizio", "circuiti del vizio",
"sconcia attività", "depravati",
"ninfetti", "capovolti", "invertiti",
"atti innominabili", "terzo sesso".
La stessa parola "omosessualità" entra
nel linguaggio comune solo dopo la nascita del movimento
gay, quasi vent'anni dopo. Psicologi e sessuologi avanzano
ipotesi di "cure", ormonali o psichiatriche, e
in molti casi le praticano. Per i minorenni sotto tutela
dei genitori, la minaccia del manicomio e degli elettroshock
è sempre in agguato.
Nel
1952 Christine
Jorgensen è la protagonista del primo intervento
chirurgico di cambiamento di sesso da uomo a donna.
Nel 1953 il dottor H. Benjamin presenta il termine
"transessuale", spiegandone il significato,
all'Accademia di Medicina di New York. Ma in Italia
transessuali e travestiti sono "freaks"
che, se manifestano da ragazzi la propria natura,
vengono chiusi in "istituti di rieducazione",
cioè nel carcere minorile (21). Vestire con
gli abiti dell'"altro sesso" è un
reato che implica la diffida e la schedatura. Solo
nel mondo della moda è accettato il look da
drag queen del sarto Emilio Schubert, che non desta
particolare scandalo, ma compiaciuti sbeffeggiamenti.
L'amore è vietato. Gli omosessuali sono costretti
a vivere rapporti sessuali furtivi, nell'oscurità
dei cinema (22) o in luoghi appartati, giardini o
bagni pubblici non frequentati, lungofiumi. La vera
"dimensione proibita" è il rapporto
stabile che può dare nell'occhio, l'affettività
della coppia, e la convivenza è un sogno impossibile
(23). |
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Christine
Jorgensen
(30 maggio, 1926 – 3 maggio, 1989) |
Racconta Angelo Pezzana:
"Il problema era non farsi riconoscere dalla portinaia
o dall'ambiente che ci circondava, dalla gente che frequentavamo.
La prospettiva di una omosessualità integrata, 'normale',
non esisteva. L'unico proposito era quello di scopare e
di riuscire a farlo il più possibile, il meglio possibile,
in maniera da non esporsi e da non correre pericoli"
(24). Anche tra le lesbiche, gli approcci sono spesso avvelenati
dalla diffidenza e da una paura sempre incombente. Qualche
testimonianza sull'"orribile passato", sull'isolamento,
sulle terrificanti esperienze nelle "case di cura",
sulle difficoltà e i linciaggi della "vita da
butch" è arrivata attraverso i "coming
out" fatti in periodi meno oscuri (25).
Il cinema riversa sulla società, omosessuali e lesbiche
compresi, immagini e storie negative e dissuasive. Quando
lo schermo non è "velato", cioè
quando raffigura i "diversi", questi vengono brutalmente
trucidati (Gioventù bruciata, 1955; Improvvisamente
l'estate scorsa, 1959). Solo Jack Lemmon, in A qualcuno
piace caldo (1959) riesce a mantenere un travestimento femminile
per un intero film senza fare una brutta fine; ma è
eterosessuale. Le lesbiche, nei rari casi in cui vengono
rappresentate, sono assassine, sadiche (Eva contro Eva,
Chimere, Prima colpa, 1950; I diabolici, 1955) o torturatrici
come la lesbica kapò nazista in Roma città
aperta di Roberto Rossellini. Prima di scomparire, generalmente
suicide e auto-eliminandosi, fanno fugaci apparizioni in
una dimensione solo sessuale, semplici premesse all'avvento
del maschio, in morbose avventure tra educande, novizie,
malate o prigioniere, nei deprimenti contesti di conventi,
carceri, ospedali; oppure costituiscono un doppio oggetto
di piacere per appagare il voyeurismo maschile. Non fa eccezione,
per l'ambiguità dei personaggi e la tristezza dell'epilogo,
l'unico film interamente dedicato al lesbismo, Olivia (1951)
di Jacqueline Audry, sceneggiato da Colette su un romanzo
di Dorothy Strachey.
Neanche la letteratura propone personaggi positivi, e gli
stessi scrittori omosessuali si adeguano ai modelli degli
autori eterosessuali. Alcuni (Umberto Saba, Giovanni Comisso,
Sandro Penna), a causa della censura o dell'autocensura
mettono nel cassetto i loro libri più autentici per
pubblicarli solo più tardi. I marchettari disperati
di Pier Paolo Pasolini (Ragazzi di vita, 1955; Una vita
violenta, 1959), il medico vittima ne Gli occhiali d'oro
(1957) di Giorgio Bassani, i corrotti di Alberto Moravia
(Il conformista, 1951), Goffredo Parise (Il ragazzo morto
e le comete, 1952) Carlo Emilio Gadda, Giovanni Comisso,
Vasco Pratolini sono immagini degradate, esempi tutt'altro
che ispiratori (26).
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Le
"lesbiche di carta" sono invece quasi invisibili.
Negli anni Cinquanta circolano tradotti in italiano
soltanto il tragico Il pozzo della solitudine di Radclyffe
Hall, stampato dall'editore milanese Dall'Oglio
nel 1948, l'altrettanto sconfortante La calunnia (1950)
di Lillian Hellman, il morboso Olivia (1959) della
Strachey, ancora coperta dallo pseudonimo "Olivia".
Nel 1949 è uscito in Francia Il secondo sesso
di Simone de Beauvoir, con una timida difesa del lesbismo,
ma verrà pubblicato in Italia solo nel 1961.
Il "neorealismo lesbico" troverà
testimonianza letteraria solo recentemente, con le
rievocazioni de Il paese di calce di Bibi Tomasi e
di Nebris di Sara Zanghì. (27) |
| Radclyffe Hall |
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Ripercorrere questi
"tetri" anni Cinquanta, oggi, ha un doppio senso:
rintracciare radici, atmosfere, comportamenti (forse non
del tutto perduti) di identità e soggettività
negate, ma anche chiedersi se molti di quei fantasmi siano
stati veramente esorcizzati e sconfitti nel corso del tempo,
e quanta strada resti ancora da fare, e quanta in realtà
ne è stata fatta, perchè la discriminazione
rimanga solo un ricordo, non certo nostalgico - anche se
a questo ricordo sono pur sempre legati giovinezze, sentimenti,
coraggiose e irriducibili trasgressioni.
NOTE
(1). Analizzata nel 1963 dalla femminista
americana Betty Friedan nel libro "The Feminine Mystique"
(in italiano "La mistica della femminilità",
Comunità, Milano 1963).
(2). Miriam Mafai, "Pane nero - Donne e vita quotidiana
nella Seconda guerra mondiale", Mondadori, Milano 1987,
p.4.
(3). Miriam Mafai, op.cit., pp.59-60.
(4). Come il personaggio del romanzo di Renata Viganò
"L'Agnese va a morire", Einaudi, Torino 1949.
(5). Luciana Viviani, "Le guerriere tornarono a casa
- Dai Gruppi di Difesa della Donna alla nascita dell'Udi",
in "Esperienza storica femminile nell'età moderna
e contemporanea", vol.I, UDI, Roma 1988, pp.167-76.
(6). Il Servizio Ausiliario Femminile venne istituito dal
fascismo nella primavera del 1944 e fondato, con la carica
di generale di brigata, da Piera Gatteschi Fondelli, squadrista
della prima ora e Fiduciaria dei Fasci Femminili dell'Urbe.
Le ausiliarie dovevano essere italiane, ariane, fra i 18
e i 35 anni; erano impiegate come pulitrici, cuciniere,
dattilografe, infermiere, telefoniste. Il SAF era un esercito
estremamente bigotto: i pantaloni erano messi al bando,
le ragazze dovevano portare gonne 4 cm. sotto il ginocchio,
non potevano fumare né mettersi il rossetto. Venne
sciolto il 25 aprile 1945. Per la sua storia, vedi: Maria
Fraddosio, "Donne nell'esercito di Salò",
nella rivista "Memoria" n.4, giugno 1982, pp.59-76;
e Ulderico Munzi, "Donne di Salò", Sperling
& Kupfer, Milano 1999.
(7). Miriam Mafai, op.cit., p. 265.
(8). Marta Boneschi, "Santa pazienza - La storia delle
donne italiane dal dopoguerra ad oggi", Mondadori,
Milano 1998, p.66.
(9). Lina Merlin pubblica nel 1951 insieme a Carla Barberis
le "Lettere dalle case chiuse", impressionante
documento della prostituzione di stato e del suo regime
di "indegna schiavitù". Vedi anche l'autobiografia:
Lina Merlin, "La mia vita", Giunti, Firenze 1989.
(10). Boneschi, "Santa pazienza", op.cit., p.
103.
(11). Per la condizione delle donne negli anni Cinquanta,
vedi: Aa.Vv., "Il Novecento delle italiane", Editori
Riuniti, Roma 2002; Marta Boneschi, "Poveri ma belli
- I nostri Anni Cinquanta", Mondadori, Milano 1995.
(12). Marisa Rodano, "In quanto donne - L'UDI dal 1952
al 1964", in "Esperienza storica femminile nell'età
moderna e contemporanea", op.cit., pp.177-194.
(13). Sulla "sovversività" dell'UDI negli
anni Cinquanta, vedi anche: Tilde Capomazza, Marisa Ombra,
"8 marzo - Storie, miti, riti della giornata internazionale
della donna", Utopia, Roma 1987.
(14). Laura Lilli, "Prigioniere del grande harem",
in "Memoria" n.6, 1982.
(15). Lillian Faderman, "Odd Girls and Twilight Lovers
- A History of Lesbian Life in Twentieth-Century America",
Columbia University Press, New York 1991.
(16). Patricia Highsmith, postfazione a "Carol",
Bompiani, Milano 1997.
(17). Umberto Saba, lettera a Bruno Pincherle, 30 giugno
1953, in "Tredici lettere di Umberto Saba in cui si
parla di Ernesto ", in: U. Saba, Ernesto , Einaudi,
Torino 1975, p.147. Questo romanzo di Saba, a tematica omosessuale,
è stato scritto nel 1953 ma venne pubblicato solo
vent'anni dopo.
(18). Marzio Barbagli, Asher Colombo, "Quando non c'erano
i locali esclusivi", in "Omosessuali moderni -
Gay e lesbiche in Italia", Il Mulino, Bologna 2001.
(19). Il "movimento omofilo" era ispirato all'associazione
francese "Arcadie", fondata nel 1954 da André
Baudry. Vedi tra gli altri: Giovanni Dall'Orto, "Gino
Olivari e l'omosessualità negli anni Cinquanta e
Sessanta", in "Babilonia" n.64, febbraio
1989, pp.51-53; Giovanni Dall'Orto, "La 'tolleranza
repressiva' dell'omosessualità", in "Omosessuali
e Stato", Cassero, Bologna 1988; Gianni Rossi Barilli,
"Il movimento gay in Italia", Feltrinelli, Milano
1999.
(20). Nel 1960, poco prima delle elezioni e chiaramente
pilotata a questo scopo, l'indagine sui "balletti verdi"
a Brescia coinvolse 187 persone (tra cui alcuni sacerdoti),
accusate di aver partecipato a "festini" omosessuali
che coinvolgevano anche minorenni. Il nome di "balletti
verdi", una invenzione giornalistica, ricalcava lo
scandalo dei "balletti rosa" di Parigi, convegni
tra uomini e ragazze minorenni, con un'allusione al "garofano
verde" reso famoso da Oscar Wilde. L'inchiesta, partita
dalla denuncia di un padre per il figlio quindicenne, riguardava
un piccolo giro di pedofilia e di prostituzione, ma fece
scattare un vero e proprio rastrellamento di omosessuali.
Il processo si concluse con 16 condanne, tre suicidi di
persone ingiustamente coinvolte e varie emigrazioni all'estero,
fra cui la fuga di un prete in Olanda. Lo scandalo fu anche
strumentale alla presentazione di tre progetti di legge
per criminalizzare l'omosessualità, presentati nel
1960 e nel 1961 dal Movimento Sociale, e nel 1963 dal PSDI,
tutti e tre decaduti. La vicenda è stata analizzata
da Stefano Bolognini nel libro "Balletti verdi - Uno
scandalo omosessuale", Liberedizioni, Brescia 2000.
(21). Vedi la testimonianza della trans Nadia in: Porpora
Marcasciano, "Tra le rose e le viole - La storia e
le storie di transessuali e travestiti", Manifesto
Libri, Roma 2002.
(22). La sessualità gay nei cinema è una caratteristica
particolare della situazione italiana, sconosciuta negli
altri paesi, ed è stata descritta nei racconti "d'epoca"
di Piero Santi "Ombre rosse", Vallecchi, Firenze
1954.
(23). Di questa privazione "storica" non sempre
gli omosessuali maschi si sono dimostrati coscienti, in
qualche caso arrivando a rimpiangere la maggiore "facilità"
degli incontri casuali degli anni Cinquanta in luoghi non
protetti. Ad esempio Alberto Arbasino prese snobisticamente
le distanze dal movimento gay degli anni Settanta esibendo
un atteggiamento nostalgico per "la società
più bisessuale d'Europa", quando il sesso "era
facile e diffuso, spontaneo e disponibile, allegro e sportivo,
pagano e gentile, privo di colpe cattoliche e di rimorsi
puritani e di complessi borghesi, soprattutto perchè
finchè una cosa non viene nominata dunque non esiste
e rimane invisibile anche se la si fa" (Alberto Arbasino,
"Su quelle brande tra i boschetti a chi importava della
Società?", in "La Repubblica", 26
gennaio 1978).
(24). Angelo Pezzana, "La memoria dei momenti di orrore
e della lotta civile", in "Le identità
gay", a cura di Giuseppe Iaculo, Fabio Croce editore,
Roma 2002, pp. 211-29.
(25). Matilde Finocchi, Rosetta Froncillo, Alice Valentini,
"E la madre, tra l'altro, è una pittrice...
Dialoghi tra lesbiche", Felina editrice, Roma 1980.
(26). Vedi: Francesco Gnerre, "L'eroe negato - Omosessualità
e letteratura nel Novecento italiano", Baldini &
Castoldi, Milano 2000.
(27). Bibi Tomasi, "Il paese di calce", Pratiche,
Milano 1999; Sara Zanghì, "Nebris", Empirìa,
Roma 2003.
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