| di Rosanna Fiocchetto
We are learning by hearth
what has never been taught
Audre Lorde, Call (1986)
Ricordando Audre Lorde, sono consapevole del fatto
che, come lei stessa avvertiva, "il femminismo
nero non è il femminismo bianco con una faccia
nera". (1) Ma sono altrettanto consapevole del
fatto che questa grande scrittrice e questa meravigliosa
"sorella outsider" resta ancora quasi sconosciuta
in Italia. E' una grave omissione della nostra cultura
femminista, la cui parte più "autorevole"
ed emergente, del resto, è bianca, privilegiata,
cattolica ed ufficialmente eterosessuale.
Nelle letture pubbliche Audre Lorde si presentava
dicendo: "Sono Nera, Lesbica, femminista, guerriera,
poeta, madre". Ognuna di queste autodefinizioni
e la loro connessione esprimono sia la coscienza di
abitare "la casa stessa della differenza, al
di là della sicurezza di qualsiasi particolare
differenza" (2), sia un'assunzione di responsabilità
politica articolata e globale nella lotta contro il
razzismo, l'eterosessismo e il sessismo, forme di
dominio che Lorde definiva "forme di cecità
umana" nate dalla stessa radice: "l'incapacità
di riconoscere il concetto di differenza come forza
dinamica e arricchimento invece che come minaccia
alla definizione di sé".(3) Rifiutando
la stasi rassicurante dell'omologazione, sosteneva:
"Non dobbiamo diventare l'una simile all'altra
per lavorare insieme... E' meraviglioso imparare 'Io
non sono sola'. Il passo successivo è la differenza
- non lasciate che le differenze vi separino. Usatele
- questo è il potenziamento". (4)
Una strada difficile e largamente inesplorata, che
Lorde aveva scelto includendo nella sua vita il ruolo
di outsider, ma nello stesso tempo ribellandovisi:
"Mi sento intrappolata su una stella solitaria...
Sono definita come altra in ogni gruppo di cui faccio
parte. L'outsider, forza e debolezza insieme. Ma senza
comunità certo non c'è liberazione,
nessun futuro, solo il più vulnerabile e temporaneo
armistizio tra me e la mia oppressione". (5)
Una strada in cui l'immagine ideale della "Società
delle Estranee" prefigurata da Virginia Woolf
si popola di corpi vivi, reali: "Quelle di noi
che stanno fuori dal cerchio della definizione di
donna accettabile data da questa società; quelle
di noi che si sono forgiate nei crogiòli della
differenza - quelle di noi che sono povere, che sono
lesbiche, che sono nere, che sono più vecchie
- sanno che la sopravvivenza non è un'abilità
accademica . E' imparare come stare da sola, impopolare
e talvolta insultata, e come fare causa comune con
le altre identificate come estranee alle strutture,
per definire e cercare un mondo in cui tutte possiamo
fiorire. E' imparare a prendere le nostre differenze
e a renderle forze. Perché gli arnesi del padrone
non smantelleranno mai la casa del padrone ".
(6)
La sua statura di poeta non esclude, anzi complementa,
come nel caso di Adrienne Rich, la sua importanza
teorica nello sviluppo del pensiero femminista contemporaneo.
I saggi raccolti in Sister Outsider (1984) e in A
Burst of Light (1988) testimoniano l'integrazione
di poesia e teoria, una visione diversa e nuova che
nasce dalla complessa interezza dell'essere invece
che dalla sua scissione. Anche nel dibattito femminista
Lorde ha portato la sua tempra di guerriera, sfidando
Mary Daly a confrontarsi con la questione del razzismo
in una famosa "lettera aperta" (1979) cui
la filosofa non ha mai risposto. Nella lettera Lorde
criticava il fatto che nel libro di Daly Gyn/Ecology
(1978), testo carismatico di quegli anni, le immagini
delle dee fossero esclusivamente bianche, euro-occidentali,
giudeo-cristiane: "Dove sono Afrekete, Yemanje,
Oyo e Mawulisa? Dove sono le dee guerriere del Vodun,
le Amazzoni del Dahomey e le donne-guerriere del Dan?".
(7) Lorde aggiungeva che le donne non-europee venivano
prese in considerazione solo come esempi di vittimizzazione
a proposito della mutilazione genitale, negando "le
reali connessioni che esistono tra tutte noi"
e l'eredità spirituale femminile africana.
L'insoddisfacente replica difensiva di Daly in una
successiva edizione del libro e in un confronto pubblico
ha spinto Audre Lorde a considerazioni più
dure: "Il sangue delle donne nere spruzza da
costa a costa e Daly dice che la razza non riguarda
affatto le donne. Vale a dire che siamo immortali;
oppure nate per morire e di nessun conto, non-donne".
(8) Ma, come sempre, Lorde non si fermava alla denuncia.
Prendeva la coscienza, la trasformava in rabbia e
poi ancora in azione politica, in energia di connessione
e di visione: "Posso vedere queste donne come
una forza crescente per un cambiamento internazionale,
in accordo con le altre Afro-europee, Afro-asiatiche,
Afro-americane. Siamo il popolo-col-trattino della
Diaspora, le cui autodefinite identità non
sono più vergognosi segreti nei paesi della
nostra origine, ma invece dichiarazioni di forza e
di solidarietà. Siamo un fronte sempre più
unito e ancora inaudito". (9)
Zami: A New Spelling of My Name (1982) è la
sua "biomitografia", cioè una combinazione
di autobiografia, storia e mito che, oltre ad evadere
dai confini dei generi letterari, occupa un posto
unico nel contesto della letteratura afro-americana.
Realistico e nello stesso tempo romanzato da un linguaggio
poetico di grandissima autenticità e sintetica
magìa, profondamente intriso di emozione e
di erotismo, Zami racconta la vita di Lorde fino alla
fine degli anni Cinquanta, concludendosi sullo sfondo
di un Greenwich Village assediato dalla segregazione
razziale e dal maccartismo. In assenza di una tradizione,
la immagina e la crea, e costituisce per questo un
testo fondante della "casa della differenza".
Zami è il nome dato a Carriacou (l'isola caraibica
da cui era emigrata sua madre Linda) "alle donne
che lavorano insieme come amiche e amanti": "là
si dice che il desiderio di giacere con altre donne
sia un impulso che viene dal sangue della madre".
(10) Il lesbismo è legato alla coscienza della
genealogia femminile: "Sono le immagini delle
donne, gentili e crudeli, che mi portano a casa"
(11). Il primo amore di Audre, Gennie, muore suicida
a sedici anni perché è incapace di articolare
in parole la verità dell'abuso compiuto su
di lei dal padre. Audre, lei stessa muta e quasi cieca
per vari anni dopo la nascita, comprende il valore
della parola e la usa per resistere e lottare, in
modo tanto coraggioso che i suoi libri ancora oggi
trovano posto con difficoltà nei luoghi della
cultura istituzionale. Perché Lorde, oltre
ad usare il linguaggio come difesa dall'oppressione
e come strumento di sopravvivenza, traduce in linguaggio
la possibilità di desiderio tra donne, usandolo
quindi anche come una potente arma creativa di cambiamento.
Così, sulla base di una etica femminista, contribuisce
a sviluppare una estetica lesbica collettivamente
potenziante proprio perché fortemente soggettiva,
rischiosa, rivoluzionaria più che trasgressiva.
Zami , come ha osservato Anna Wilson, "ha il
potere di esemplificare la lotta per trovare un sé,
e un modo di vivere quel sé nel mondo".
(12) La sua dimensione mitica è fatta di solitudine
e del miracolo della solidarietà: "Non
c'erano madri, sorelle, eroine. Dovevamo farlo da
sole, come le nostre sorelle Amazzoni che cavalcavano
sui più solitari avamposti del regno del Dahomey
(...) Le lesbiche erano probabilmente le sole donne
Nere e bianche che a New York negli anni cinquanta
compissero un vero tentativo di comunicare a vicenda;
abbiamo imparato l'una dall'altra lezioni i cui valori
non erano diminuiti da ciò che non imparammo".
(13) Ma la dimensione mitica emana da Zami anche perché
Lorde è stata una delle prime scrittrici ad
esprimere l'esperienza delle lesbiche Nere in Nord
America. Come ha riconosciuto la critica Babara Smith:
"Non credevo che si potesse scrivere esplicitamente
come lesbica Nera e vivere per raccontarlo. Ma alcune
donne Nere hanno rischiato tutto per la verità.
Audre Lorde, Pat Parker e Ann Allen Shockley hanno
dissodato il terreno nel vasto deserto delle opere
che non esistono (...) Quando libri simili esistono,
ciascuna di noi non solo sa meglio come vivere, ma
anche come sognare". (14)
Vivere da poeta, per Lorde, era questo: vivere in
prima linea. "Vivere una vita autocosciente,
vulnerabilità come armatura" (15), in
cui tutti gli aspetti dell'identità sono ugualmente
impegnati nella conquista dell'integrità. Anche
quello di madre. Insieme alla sua amante bianca Frances,
ha allevato una figlia e un figlio, Beth e Jonathan:
"Frances ed io abbiamo voluto che i bambini sapessero
chi eravamo noi e chi erano loro, e che eravamo orgogliose
di loro e di noi stesse, e speravamo che anche loro
sarebbero stati orgogliosi di loro stessi e di noi
(...) Per avere valore non dovevamo essere come tutto
il resto, perché la nostra famiglia non era
affatto come tutte le altre famiglie. Eravamo una
famiglia lesbica inter-razziale di genitrici radicali
nel quartiere più conservatore di New York.
Esplorare il significato di queste differenze ci faceva
crescere e imparare insieme. Se c'è una lezione
che dobbiamo insegnare ai nostri figli, è che
la differenza è una forza creativa di cambiamento".
(16)
Vivere da poeta significa anche questo perché
la poesia, nel percorso esistenziale di Lorde, è
strettamente intrecciata alle possibilità di
vita, è uno strumento di illuminazione e di
esplorazione di sé, di presa di contatto con
le proprie visioni e sentimenti più autentici:
"Per le donne, la poesia non è un lusso.
E' una necessità vitale della nostra esistenza
(...) La poesia è il modo in cui contribuiamo
a nominare ciò che è senza nome, in
modo che possa essere pensato (...) Ciascuna di noi
come donna ha dentro di sé un luogo oscuro,
dove il nostro vero spirito nascosto e in crescita
sorge (...) Quei luoghi di possibilità in noi
sono scuri perché sono antichi e nascosti;
è grazie a quell'oscurità che sono sopravvissuti
e si sono rafforzati. In quei luoghi profondi, ognuna
di noi mantiene una incredibile riserva di creatività
e di potere, di emozione e di sentimento inesplorati
e negletti. Il luogo del potere di donna in ciascuna
di noi non è né bianco né in
superficie; è scuro, antico e profondo (...)
La poesia non è solo sogno e visione; è
la struttura architettonica delle nostre vite. Getta
le fondamenta di un futuro di cambiamento, un ponte
sulle nostre paure di ciò che non è
mai stato (...) I padri bianchi ci dicono: Penso,
dunque sono. La madre Nera in ciascuna di noi - la
poeta - sussurra nei nostri sogni: Sento, dunque posso
essere libera. La poesia conia il linguaggio per esprimere
e autorizzare questa richiesta rivoluzionaria, l'adempimento
di questa libertà". (17)
Il "luogo del potere" di cui parla Lorde
è l'erotico, una risorsa "profondamente
femminile e spirituale" non limitata al sesso,
la cui qualità viene analizzata da un suo scritto
del 1978 preparato come intervento ad un convegno
e rapidamente circolato in tutto il movimento femminista
americano: "L'erotico è una misura tra
l'inizio del nostro senso di sé e il caos dei
nostri sentimenti più forti. E' un senso interiore
di soddisfazione al quale sappiamo di poter aspirare,
una volta che l'abbiamo sperimentato. Perché,
avendo sperimentato la pienezza di questa profondità
di sentire e riconoscendo la sua potenza, per onore
e autostima non possiamo esgere niente di meno da
noi stesse". (18) Questa "richiesta interiore
di eccellenza" impedisce di "essere appagate
dalla sofferenza, dall'autonegazione, dal torpore",
dagli "stati sostitutivi dell'essere": così,
"non solo tocchiamo la nostra più profonda
fonte creativa, ma facciamo ciò che è
femminile e auto-affermativo di fronte ad una società
razzista, patriarcale ed anti-erotica".
Audre Lorde avrà bisogno di fare appello a
questa risorsa e a questo potere poco tempo dopo,
quando dovrà affrontare una mastectomia, prima
tappa di una lunga battaglia contro il cancro che
nel 1984 si riproduce con una metastasi al fegato.
Come ha scritto Patricia Dunker, "Lorde è
una donna saggia, che può insegnarci ad amare
i nostri corpi e come amarci a vicenda, come combattere
il razzismo, l'oppressione, l'ingiustizia e come affrontare
la morte". (19) Infatti, anche in questa occasione,
reagisce rompendo il silenzio che circonda questa
malattia nel bellissimo The Cancer Journals (1980)
e nel successivo A Burst of Light: Living with Cancer
(1988). E lo fa ancora una volta da guerriera: "Combattere
il razzismo, l'eterosessismo e l'apartheid ha per
me la stessa importanza che combattere il cancro.
Nessuna di queste lotte è mai facile, e persino
la più piccola vittoria non deve mai essere
data per scontata. Ogni vittoria deve essere applaudita,
perché è così facile non combattere
affatto, limitarsi ad accettare e chiamare inevitabile
questa accettazione (...) Il mio cancro è politico
come se un agente della CIA mi si fosse avvicinato
in un vagone della metropolitana il 15 marzo 1965
per iniettarmi un virus a scoppio ritardato (...)
Che scelta ha la maggior parte di noi nell'aria che
respiriamo e con l'acqua che dobbiamo bere? (...)
Quando parlo contro il cinico intervento americano
nell'America Centrale, sto lavorando per salvare la
mia vita in ogni senso. I finanziamenti pubblici alla
ricerca contro il cancro sono stati tagliati della
stessa cifra che è stata illegalmente dirottata
sui conflitti in Nicaragua". (20) Supera i momenti
di sconforto con un fiero slancio biofilo: "Credo
che uno dei modi in cui le cellule del cancro assicurano
la propria vita e deprimono il sistema immunitario
sia creare una disperazione prodotta fisiologicamente.
Imparare a combattere questa disperazione in tutte
le sue manifestazioni non è solo terapeutico,
è vitale". (21) Perciò, anno dopo
anno, anche di fronte alle diagnosi mediche più
infauste, praticando cure alternative e scegliendo
lucidamente il meglio di quelle ufficiali, Lorde intensifica
la pienezza della sua vita, agisce intensamente nel
presente con una calda consapevolezza: "L'amore
delle donne mi ha curato". (22) L'incredibile
forza che attraversa tutta la sua scrittura e la sua
azione testimonia qualcosa da non dimenticare mai:
"noi siamo le donne che desideriamo diventare".
(23)
(pubblicato in "Leggere
Donna", n.43, marzo-aprile 1993, pp. 36-38; e
nella "Bollettina del CLI" n.111, 1994)
NOTE
1. Audre Lorde, Trasmissione radiofonica, Boston
1986.
2. Audre Lorde, Zami - A New Spelling of My Name ,
Persephone Press, Boston 1982, p.226.
3. Audre Lorde, Sister Outsider . Essays and Speeches
, The Crossing Press, Trimansburg e New York 1984,
p. 45.
4. Discorso tenuto al convegno di Boston "I Am
Your Sister", ottobre 1990.
5. Audre Lorde, The Cancer Journals, Spinsters Ink,
Argyle 1980, pp.4-5.
6. Sister Outsider , p.112.
7. La lettera aperta a Mary Daly è stata pubblicata
in Sister Outsider, pp.66-71, e nell'antologia This
Bridge Called My Back - Writings by Radical Women
of Color, a cura di Cherrìe Moraga e Gloria
Anzaldùa, Kitchen Table, New York 1981.
8. The Cancer Journals, p.4.
9. A Burst of Light, pp.57-58.
10. Zami, p.256.
11. Zami , p.3.
12. Anna Wilson, Audre Lorde and the African-American
Tradition , in New Lesbian Criticism, a cura di Sally
Munt, Columbia University Press, New York 1992, p.89.
13. Zami, pp. 176 e 179.
14. Barbara Smith, Toward a Black Feminist Criticism
, in The New Feminist Criticism, a cura di Elaine
Showalter, pp. 182 e 184.
15. Audre Lorde, A Burst of Light : Living With Cancer
, Firebrand Press, Ithaca 1988, p.125.
16. A Burst of Light , p.45.
17. Audre Lorde, Poetry Is Not a Luxury, in Sister
Outsider , pp.36-38.
18. Audre Lorde, Uses of the Erotic: The Erotic As
Power , in Sister Outsider , p.53. Pubblicato in italiano
dalla "Bollettina del CLI".
19. Patricia Dunker, Sisters & Strangers - An
Introduction to Contemporary Feminist Fiction , Blackwell,
Oxford 1992, p.30.
20. A Burst of Light , pp.116-17, 120, 133.
21. A Burst of Light , pp. 131-32.
22. The Cancer Journals, p.31.
23. A Burst of Light , p.65.
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