ROSANNA FIOCCHETTO:
Nata a Montréal nel 1943, Nicole Brossard pubblica il
suo primo libro a 22 anni. A partire dalla raccolta Le Centre
blanc (1970) iscrive nella sua ricerca una originale autenticità
creativa: “una volta terminato il libro, ho capito che
era impossibile dire l’essenziale. Ciò ammesso,
ho capito che potevo dire tutto”. Negli anni Settanta-Ottanta
Brossard è diventata una delle più interessanti
protagoniste del rinnovamento letterario canadese e della scrittura
femminista con una serie di testi ad altissima tensione sperimentale:
poesie, romanzi, saggi, testi teatrali, cinematografici, radiofonici,
ed una grande quantità di articoli ed interventi. E’
quindi una scrittrice “a tutto campo”.
Sono particolarmente orgogliosa di aver pubblicato in italiano
insieme a Liana Borghi La Lettera aerea – cosa di cui
dobbiamo ringraziare Giovanna Tatò della Felina Libri,
che ha “passato” questo libro ad Estro dopo aver
svolto gran parte del lavoro editoriale – perché
mi sembra molto significativo della storia di poeta e di scrittrice
di Nicole. Infatti La Lettera aerea raccoglie dodici testi scritti
nell’arco di dieci anni, dal 1975 al 1985. E’ come
una lunga traiettoria di pensiero attraverso la scrittura. Questi
testi sono intervallati da frammenti di opere scritte nel frattempo:
testimonianze di un percorso che consente di cogliere –
ed è ciò che vorrei fare in questa presentazione
– come si evolvono alcune parole-chiave del discorso poetico,
narrativo e teorico di Nicole.
Queste parole-chiave sono: scrittura, corpo, desiderio, godimento,
amore tra donne, essenziale. Parole-chiave tra loro interconnesse,
e tutte inestricabilmente legate alla prima di esse: la scrittura.
Sin dal testo iniziale del libro, Nicole evoca in modo estremamente
intenso l’immagine di una scrittura desiderante e desiderata.
Scrivere è “realizzare il desiderio che si realizza
quasi”; e scrivere è desiderabile in quanto implica
“memoria, potere di presenza e proposta”.
Ma liberare il desiderio, per una donna, e per una donna che
scrive, significa contemporaneamente aprire il conflitto con
un mondo e con un sistema di linguaggio patriarcali strutturati
sulla repressione del desiderio femminile. La scrittura desiderante
è dunque anche una scrittura guerriera: “quando
scrivo, lo faccio in lotta e per la mia sopravvivenza”,
afferma Nicole, che definisce esplicitamente i propri testi
una “scrittura di combattimento”.
Se questa è una necessità che accompagna costantemente
la scrittura radicale, la sua vera progettualità tende
invece a distaccarsene. Nell’itinerario di Nicole, il
senso della scrittura si chiarisce attraverso il tempo come
coscienza che opera nel campo dell’immaginario per imparare
a pensare l’inimmaginabile, partendo dalle proprie certezze
interiori e dalle realtà di cui siamo riuscite ad avere
una “visione tridimensionale”. Cosi’ il senso
della scrittura e il senso della lettura diventano “un
sesto senso all’opera nella vita delle donne”. Cancellato
e reso inoperante nel sistema patriarcale, questo “sesto
senso” è ormai maturo per operare sostanziali modificazioni
nella realtà e nell’immaginario. Nicole lo paragona
ad un sintetizzatore musicale, cioè ad uno strumento
di trasformazione che “permette di sperimentare la realtà
sotto angoli diversi, mobili, e di fare sintesi dei loro contrasti”.
Il testo diventa un organismo vivente che occorre vivere, far
vivere e sognare, cosi’ come si vive e si sogna la vita;
un organismo che consente di moltiplicare “gli apprendimenti
di ciò che è il proposito di ogni esistenza: il
godimento e il pensiero”. Nell’esperienza e nella
visione di Nicole, la pratica della scrittura coincide innanzitutto
con un indispensabile processo di liberazione individuale: “Per
scrivere occorre essere soggetto in movimento e in ricerca.
Per scrivere occorre prima appartenersi”, dice. Altrimenti,
si è “un corpo di storie per interposta persona”.
Corpo di scrittura, scrittura del corpo. Il corpo è un
elemento-chiave della dimensione teorica di Brossard. E’
un “corpo pensante”, e dunque dotato di un “potere
sovversivo”. Far passare il corpo femminile nella scrittura
significa “scansare i trucchi, le evidenze, gli effetti
del condizionamento”; significa opporsi alla “lettera
sapiente” del patriarcato. Riconoscere il proprio corpo
di donna come un corpo che sa, implica fondare un sapere e un
pensiero sessuato e sensuale, rivendicarne l’autonomia
e l’auto-appartenenza: “Il mio corpo resiste e scrive…
Il corpo mio è la mia differenza e la mia sola unità
di misura del piacere e del dolore”.
Questa coscienza è lucida e profonda in Brossard, e si
identifica con la sua fonte creativa: “L’immaginazione
passa per la lingua e per la pelle. Tutta la superficie della
pelle”.
Ma questa coscienza è anche alla base del suo progetto
politico di scrittura, e indica il senso dell’intervento
storico della scrittura delle donne: “Intervengo nella
storia del mio corpo attraverso le sue memorie, gli atti di
raccoglimento: la sua riflessione”. Il corpo, insomma,
rappresenta lo strumento insostituibile di identificazione con
se stessa e con il proprio genere: “Il corpo femminile,
a lungo irrigidito nel ghiaccio del sistema di interpretazione
e dei fantasmi che il sesso patriarcale non ha smesso di rinnovare,
attraversa oggi, nel suo avvicinarsi ad altri corpi di donne,
le dimensioni inedite che lo restituiscono alla sua realtà”.
E le “dimensioni inedite”, in questa suggestiva
immagine del disgelo, sono soprattutto il desiderio e il godimento.
Il testo, per Nicole, è una ricerca del “corpo
goditivo”, perché “se io godo, rovescio qualcosa
del mio equilibrio, del ruolo che mi arruola”. E il godimento,
cosi’ come il desiderio, sono legati all’incontro
con se stessa e con l’altra: “Se desidero una donna,
se una donna mi desidera, c’è inizio alla scrittura”.
Il desiderio nasce “dove trova l’indizio del desiderio
dell’altra donna”. Ma questo inizio, questa epifania,
deve trovare un alfabeto in cui articolarsi, una forma culturale
e politica. E questa forma non può fare a meno di divergere,
di deviare dal senso stabilito, dal “mondo patriarcale
sul quale sono iscritte tutte le leggi che ci separano da noi
stesse, che ci isolano dalle altre donne”.
“Una lesbica che non reinvesta il mondo è una lesbica
in via di sparizione”, afferma Nicole. E aggiunge: “L’amore
folle tra due donne è talmente inconcepibile per lo spirito
che per parlarne o per scrivere quello in tutte le sue dimensioni,
occorre quasi ripensare il mondo per capire quello che ci succede.
E non possiamo ripensare il mondo che con parole. Quindi l’amore
lesbico mi sembra essere intrinsecamente un amore che supera
largamente la cornice dell’amore”.
Vivendo questo amore che esce dalla cornice stabilita, che esplora,
che ricerca, che crea nuovi sensi, le donne amanti si muovono
in un nuovo spazio, uno spazio che non è un vuoto ma
è “spazio fra noi”, “un centro denso”.
E’ uno spazio essenziale, ed è lo spazio dell’essenziale.
Il concetto di essenziale ha una grande rilevanza nel pensiero
di Nicole e pone il problema, contemporaneamente, del senso
e della strategia della scrittura. L’essenziale “si
esplora senza parole”, ma abbiamo bisogno delle parole
per non essere più “analfabete del desiderio”,
per creare una “comunità di spirito” tra
le donne e per costruire nuove realtà. Se le donne scrivono
“con la coscienza sempre più chiara che non possono
scrivere camuffando l’essenziale, cioè che sono
delle donne”, l’esistenza ontologica delle donne,
l’essenziale femminile e lesbico, non può più
continuare ad essere inammissibile, impensato e rimosso nel
non senso. Possiamo invece cominciare a proiettare, con le nostre
strategie di trasgressione o di invenzione, l’immagine
che “desideriamo di noi come una presenza al mondo”.
Concludo con una bella e luminosa visione di Nicole: “L’essenziale
è ciò che c’è dall’altra parte
della linea semantica del patriarcato e quello dobbiamo immaginarlo,
con i nostri corpi raggianti e tridimensionali, archi vivi come
di città fluorescenti nella notte patriarcale”.
NICOLE BROSSARD:
Vorrei prima di tutto scusarmi di non parlare italiano e poi
vorrei ringraziare le mie editrici Rosanna Fiocchetto e Liana
Borghi, che hanno scelto di tradurre il mio testo.
Rosanna ha ragione quando dice che il mio lavoro nasce dalla
necessità di una riflessione sulla lingua e sulla scrittura.
Per me scrivere è una scommessa, un atto di presenza
significativa nello spazio semantico, immaginario e simbolico.
E’ tramite la scrittura che si possono rendere compatibili
esperienze, sogni e utopie. Non è cosi’ semplice,
perché la lingua che utilizziamo quotidianamente non
è una lingua che accoglie volentieri il soggetto donna
desiderante. Certo, la lingua ha accolto la testimonianza della
madre, dell’amante eterosessuale, ma mai la lingua accetta
una donna come soggetto desiderante. In effetti si può
dire che la lingua non conosce donne se non quelle delle menzogne
patriarcali che si sono accumulate attraverso i secoli. Dunque
lavorare la realtà è lavorare nell’opacità
del senso patriarcale, interrogandosi nello stesso tempo su
di essa, poiché la realtà è costituita
unicamente dalla soggettività maschile attraverso i secoli,
avvenuta sulla pubblica piazza attraverso le istituzioni, le
tradizioni, le religioni, le lingue. Questo ci obbliga a distinguere
bene ciò che appartiene all’umanità da ciò
che appartiene all’orgogliosa, megalomane e misogina soggettività
maschile; e rende necessari dei rituali e delle strategie di
scrittura.
Il primo rituale è quello che le donne usano per darsi
la parola, per prendere la parola, ciò che chiamo il
rituale con tremore. Con questo tremore è tutta la memoria,
anche la memoria dell’infanzia, che risorge. E si possono
vedere donne che tremano un giorno, un mese, due mesi, qualche
volta tutta la vita.
Un altro rituale è il rituale con choc. E’ quando
tutta la soggettività di una donna incontra quello che
è stato iscritto dalla soggettività maschile nella
parola stessa. Allorché queste due soggettività
entrano in contatto, lo choc fa scoppiare il senso della parola.
E’ un momento assai pericoloso, perché si può
credere che, all’improvviso, la parola non abbia più
senso. Ma non si può iscrivere la propria soggettività,
la propria prospettiva sulla realtà se non vivendo questo
momento di choc. E’ questo che ci permette di iscrivere
la nostra prospettiva della realtà, il nostro sguardo.
L’altro rituale lo chiamo rituale con scivolamento. Si
sa che la vita di una lingua si gioca molto di più su
ciò che è connotato che non su ciò che
è denotato. Dunque la vita di una lingua è nell’aura
delle parole. Quanto l’altro rituale era pericoloso, il
rituale con scivolamento è difficile, perché esige
molta concentrazione e anche molto intervento sulla sintassi.
Perché anche se a volte si può cambiare qualche
parola nella lingua, non si può cambiare tutta la lingua,
bisogna utilizzare le stesse parole. Questo rituale ci permette,
usando le stesse parole, di far scivolare, slittare il loro
senso in modo radicale.
Il quarto rituale è il rituale con respiro. E’
un rituale che applico particolarmente alla poesia, perché
in questo rituale si è, direi, completamente nude davanti
al mondo. Se si fa della prosa, ci si può nascondere
dietro dei personaggi, se si fa teoria ci si può nascondere
dietro delle idee, ma nella poesia non ci si può nascondere,
si è in relazione diretta con l’universo. Il rituale
con respiro è un rituale che permette di trovare il giusto
tono della voce. In genere si parla troppo ad alta voce o troppo
a bassa voce, troppo velocemente o troppo lentamente, e cosi’
si maschera quello che avviene, quello che si gioca all’interno
di noi stesse.
Sto abbreviando molto, perché voglio darvi la parola
in modo che mi facciate delle domande. Ma vorrei aggiungere
ancora qualcosa. Hanno detto spesso della mia scrittura che
è alla frontiera tra il femminismo e il lesbismo. In
effetti mi sono posta la questione: quando scrivo i miei testi,
chi li scrive? La femminista, la lesbica, o la creatrice? Certo
scrivono tutte insieme e firmano con il nome di Nicole Brossard.
Ma la femminista ha assunto certi compiti, e cosi’ le
altre.
Ad esempio, la femminista scrive molto con l’energia della
collera e della rivolta. Legge tutto quello che è stato
fatto alle donne e deve sollevare ad una ad una tutte queste
colpe, deve sciogliere i nodi delle menzogne. Il problema è
che la femminista è molto morale, molto responsabile,
e questo la mette sotto una doppia costrizione. Come funziona
questo sistema patriarcale, come mai è diventato cosi’
potente? Rifiutando la dualità; gli uomini hanno trovato
una tecnica per rifiutare la dualità degli uomini e delle
donne. In verità sono due tecniche: una nella quale si
iper-valorizzano, ed è ciò che chiamiamo fallocentrismo;
e l’altra è l’inferiorizzazione della donna
tramite la misoginia. Il risultato è ciò che chiamiamo
il sessismo ordinario. Davanti a ciò la femminista si
ritrova con un problema: se da un lato valorizza le donne, non
può sopravvalutarle; se dall’altro discredita gli
uomini, non può interiorizzarli. Il che significa che
ogni uomo beneficia di un nostro dubbio ontologico, di una immunità
ontologica che gli permette di continuare il suo lavoro di sessista.
Dunque la femminista si trova incastrata in questo circolo vizioso,
perché da una parte rifiuta l’oppressore, dall’altra
parte è obbligata ad includerlo in quanto facente parte
dell’umanità.
Ed è qui che il lavoro della lesbica è molto importante,
perché consente di rompere il circolo vizioso della doppia
costrizione. Perché la lesbica osa delle affermazioni,
delle proposizioni, prende dei rischi, perché il suo
desiderio dell’altra donna, delle altre donne, è
molto grande. E’ tramite il suo desiderio che la lesbica
è sempre focalizzata, sempre concentrata sulle altre
donne. E direi che si concentra sulle altre donne a tre livelli:
non solo come soggetti di interesse e come soggetti di identità
(cose, queste, che può fare anche la femminista), ma
anche come soggetti di desiderio. Quest’ultima dimensione
è aggiunta dalla lesbica. E ciò modifica tutto
il suo rapporto, tutta la sua motivazione e la sua energia.
Quando la femminista non trova le parole, la lesbica osa.
E quando la lesbica non trova a sua volta le parole, è
la creatrice che elabora, e trasforma la memoria, la collera,
l’emozione, il desiderio, attraverso la lingua. S’intende
che nella creatrice c’è l’individua, la mia
materia biografica. Ad esempio mi piace il mare e non la montagna,
mi piacciono i capelli neri e non quelli biondi, e tutte le
ossessioni personali. La mia ossessione più grande è
appunto quella della lingua, del linguaggio, della creazione.
Ma ora ho parlato abbastanza e vorrei che mi faceste delle domande.
Questi interventi e il successivo dibattito sono stati pubblicati
nell’opuscolo “Scrittura e desiderio – Incontro
con Nicole Brossard”, CLI, Roma 1990.