Quali eventi o consapevolezze hanno generato
la tua passione politica?
Ho fatto i miei primi interventi politici a scuola, protestando
contro “la santa Chiesa cattolica” e il potere dei
preti. Poi, da giovane adulta, come molti della mia generazione,
mi sono battuta per un Québec di lingua francese, indipendente,
socialista e laico. Appartengo a una generazione che ha avuto
la fortuna di vivere i suoi vent’anni partecipando alla
“rivoluzione tranquilla” che ha consentito al Québec
di trovare la propria identità e di inscriversi come
moderna società francofona nord-americana. In seguito,
verso il 1973, tutta la mia energia politica è andata
dalla parte delle donne. Fenomeno interessante: nello stesso
momento, per la prima volta, ho investito la mia passione politica
nella mia scrittura. Prima avevo sempre dissociato il mio impegno
politico dalla mia pratica di scrittura; con il femminismo,
la passione politica e il corpo della scrittura si sono sincronizzati.
Hai detto che scrivere, per te, è
un atto di desiderio, di passione. Ma hai aggiunto che scrivi
per “seminare il dubbio”. Rispetto a quali certezze?
Ho detto che scrivo soprattutto per “seminare il turbamento”
nel lettore e nella lettrice. Per seminare il dubbio nelle certezze
borghesi che, per me, rappresentano la noia, la banalità,
la linearità. In effetti, scrivo per rifiutare la stupidità,
la mediocrità e l’incoscienza. Questo ha avuto
un particolare riflesso a livello stilistico nei testi che ho
scritto tra il 1968 e il 1974. Credo che le difficoltà
di un testo (sintassi non abituale, rottura del significato,
sovversione dei generi) creino un disagio di lettura che costringe
i lettori e le lettrici a fermarsi e ad interrogarsi. Questa
pausa può modificare la coscienza. Tra l’altro,
scrivo per seminare il dubbio e il turbamento perché
tollero a malapena i libri che rafforzano lo status quo, i luoghi
comuni, l’incoscienza. Per me, i libri sono spazi di riflessione.
Nei tuoi testi tendi ad abolire i confini
tra i generi tradizionali con la tecnica della fiction théorique,
che fonde poesia, romanzo, filosofia, autobiografia, immagini.
La semiologia Teresa de Lauretis la definisce “una pratica
di scrittura-al-femminile sperimentale” mirante a creare
“nuove mediazioni discorsive tra il simbolico e il reale,
tra linguaggio e corpo”, e individua la sua genesi nella
ricerca di Virginia Woolf. Sei d’accordo?
Si’, si può affermare senza dubbio che Virginia
Woolf è stata la prima e non per caso: il fatto che sia
stata femminista ha creato una grande differenza. Non sono certa
che generalmente la scrittura delle donne faccia esplodere i
generi. Invece sono certa che la coscienza femminista, come
l’emozione lesbica, facciano esplodere i generi tradizionali.
Perché nella misura in cui la coscienza femminista modifica
la nostra lettura della realtà, integra gli elementi
biografici nella trama del discorso e ci obbliga a rivalutare
il nostro rapporto con il mondo e il nostro posto nel mondo,
questa coscienza ci obbliga a ricorrere a rituali e strategie
di scrittura che trasgrediscono e modificano l’uso che
facciamo del poetico, del narrativo e del teorico. Nella misura
in cui la coscienza femminista interviene radicalmente nel simbolico,
nell’immaginario e nel reale patriarcali, noi non possiamo
più comportarci nello stesso modo nel linguaggio. La
coscienza femminista forza in noi delle “rivelazioni”
che non possono essere enunciate rispettando la convenzione
dei generi. Sapendo che il linguaggio ci intrappola, poiché
il femminile è sempre marginalizzato, interiorizzato
o cancellato, dobbiamo fare ricorso a strategie e posizioni
di scrittura che ci permettano di inscriverci come soggetti
nel linguaggio. Dobbiamo nello stesso tempo: ripulire il linguaggio
dalle sue menzogne sulle donne, inscrivere la nostra versione
della realtà, esplorare le dimensioni impensate dell’umano.
Quali sono le scrittrici e gli scrittori
del passato che ti hanno trasmesso la passione per le parole?
E quali scrittrici contemporanee senti più vicine?
Mallarmé, Blanchot e Barthes hanno certamente nutrito
la mia passione delle parole e la mia passione per la scrittura.
Gertrude Stein, Djuna Barnes e James Joyce mi hanno ispirata,
stimolata, provocata. Clarice Lispector mi affascina ancora
per l’estraneità e la bellezza della scrittura.
Più vicino a me nel tempo, direi che in generale chiunque
mostri la lingua alla letteratura, chiunque accarezzi la lingua
con la sua lingua di scrittura, chiunque esplori, s’interroghi
e muoia un poco ogni volta per la complessità della vita,
m’interessa. Amo essenzialmente le poete e le filosofe,
le ludiche e le esploratrici, coloro che sanno che in una lingua
ci sono parole per rinascere.
Cosa vuoi dire quando affermi: “Se
non c’è gioco nella scrittura, c’è
ideologia”?
Ho semplicemente voluto dire che una scrittura che pretende
di dire senza tremare, senza scherzare, senza giocare, senza
far esplodere la lingua, non può che ripetere l’ideologia
dominante, o al meglio proporre qualche variante a questa ideologia.
E’ proprio delle ideologie non rimettersi in questione.
Le ideologie sono come poesie estinte. Per esempio, preferisco
di gran lunga l’espressione “pensiero femminista”
a “ideologia femminista”, perché nel pensiero
c’è movimento, creazione; nell’ideologia
c’è ridondanza, rigidità, slogan.
Ciò che colpisce in modo primario
nella tua scrittura è l’intensità. Da dove
viene questa energia, e attraverso cosa passa?
Energia, intensità, desiderio sono per me parole chiave.
Sono parole che associo alla creatività. E per me la
creatività è la capacità che abbiamo di
elaborare attraverso il linguaggio il nostro sapere, le nostre
certezze, la nostra memoria, le nostre energie mentali e sessuali,
in modo da avere e da dare accesso ad angoli inediti della realtà.
La questione del desiderio per me è essenziale, perché
il desiderio è movimento, progetto. Stimola l’immaginazione,
acuisce le nostre sensazioni, provoca emozioni forti, tiene
all’erta il pensiero. L’energia del mio desiderio
ha il suo medium nelle donne, nei libri, nella stessa creazione
e soprattutto in una instancabile ossessione di voler comprendere
le leggi che distribuiscono una parte dei nostri desideri nella
finzione, l’altra nella realtà.
Ne L’Amèr del 1977, hai
avvertito le lettrici con una chiarezza veramente insolita:
“Se non fosse lesbico, questo testo non avrebbe senso”.
Perché?
Credo che ci siano, in ciò che organizza la coerenza
del nostro discorso, una intenzione, delle immagini e una identità
primaria da cui derivano tutte le nostre proposizioni e la rappresentazione
che facciamo del mondo. L’Amèr non sarebbe lo stesso
libro se fosse stato scritto da una prospettiva eterosessuale.
E’ la questione del valore che è in causa. Per
esempio, la prospettiva lesbica è cosi’ sovversiva
perché focalizza simultaneamente l’attenzione sulle
donne come soggetti d’identità, d’interesse
e di desiderio, e ciò ha l’effetto di valorizzare
le donne in generale, di renderle significanti e presenti allo
spirito qualunque sia il contesto.
Hai espresso spesso un radicale rifiuto
del legame patriarcale madre/figlia. In particolare, hai scritto:
“L’origine non è la madre, ma il senso che
io do alle parole; e, originariamente, io sono una donna”.
E’ un rifiuto di simbolizzare la genealogia femminile?
Sappiamo molto bene che in un contesto patriarcale la madre
è uno strumento di trasmissione dei valori patriarcali,
e che questi stessi valori non solo interdicono una genealogia
femminile, ma contribuiscono ad isolare ogni figlia nel labirinto
dei valori patriarcali. Anche ogni donna è obbligata
ogni volta a scegliere tra la genealogia maschile o inventare
la sua propria donna simbolica e anche diventare nello stesso
tempo figlia-madre. Donne come Virginia Woolf, Monique Wittig,
Mary Daly o Louky Bersianik possono essere considerate madri
perché da esse ha origine un significato che ci riguarda
tutte. E’ questo legame a essere vitale per noi, ed è
il solo che possa dare inizio a una continuità feconda.
Ne La lettera aerea hai rappresentato
la cultura al femminile come una spirale che rischia di chiudersi
se rispetta le frontiere del significato. Hai l’impressione
che in questa fase storica la spirale si stia aprendo o chiudendo?
E’ una questione difficile. Da un lato, le femministe
sono finalmente andate al di là delle rivendicazioni
consentite dalle società liberali (uguaglianza e giustizia
sociale). Penso anche che abbiamo bene identificato i meccanismi
di alienazione e di dominazione delle donne e che, nel corso
degli anni, ci siamo date una biblioteca di madri, spazi di
lavoro e di celebrazione. Se dipendesse solo dalle femministe
radicali e dalle lesbiche femministe, la spirale si amplierebbe
sempre di più. E’ anche certo che molte delle donne
che non sono femministe non accetterebbero più di tornare
indietro su alcune questioni, come l’aborto, l’educazione,
il lavoro. Tuttavia, trent’anni di femminismo radicale
sono pochi nel tempo patriarcale e niente è stato veramente
cancellato della misoginia, del fallocentrismo e del sessismo.
Inoltre, si constata in generale che i discorsi e gli atti anti-femministi
aumentano proporzionalmente al successo del femminismo, il che
non è affatto rassicurante. Ciò detto, sono convinta
che l’apertura della spirale dipende innanzitutto dall’energia
che le donne si scambiano tra loro, oltre che dal riconoscimento
e dalla legittimazione che ci accordiamo reciprocamente.