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"Pratibha Parmar Makes Change", di Sharon Hadrian (articolo tradotto dal sito AfterEllen)

Per oltre tre decenni, la regista Pratibha Parmar ha dato voce ai gruppi minoritari, sia attraverso il suo ampio lavoro in parti remote del mondo, sia in documentari come "Khush" e "Warrior Marks". In tutti i suoi progetti, Parmar è rimasta fedele all'impegno di introdurre una diversa visione delle minoranze nella cultura dominante, sperando di cambiare la mentalità rispetto alle lesbiche, alle donne e agli stereotipi sudasiatici.
Questa estate il suo film più recente, la commedia romantica "Nina's Heavenly Delights", che ha esordito nell'autunno scorso nel Regno Unito, entra finalmente in programmazione negli Stati Uniti in vari festival cinematografici. Nel film, la lesbica nascosta indo-scozzese Nina Shah ritorna a casa a Glasgow per il funerale di suo padre, scoprendo che egli ha perso metà della proprietà alle corse dei cavalli, e che la nuova proprietaria vuole venderla. Nina subentra nel lavoro del ristorante per evitarlo, e contemporaneamente, si innamora di una donna. Parmar, che è di origine indiana, voleva raccontare una storia d'amore lesbico che rappresentasse se stessa e la sua comunità. "Questo è il motivo per cui ho voluto cominciare a fare film e TV", ha detto a AfterEllen.com. "Volevo accedere ai media dominanti come donna di colore e come lesbica, e per dire 'Voglio cambiare la rappresentazione dominante là fuori'".
Nata a Nairobi, in Kenya, Parmar emigrò con la sua famiglia in Inghilterra quando aveva undici anni, durante il primo principale flusso di emigrazione sudasiatica nel paese. Sebbene la cultura indiana sia stata assimilata nel modo di vita britannico - in particolare mediante l'amore britannico per il curry - all'epoca c'era una fortissima reazione razziale verso i sudasiatici.
Parmar aveva più opportunità in Gran Bretagna che nella sua terra natale, ma le cose non furono facili per lei. "Crescere nel Regno Unito non è stata una esperienza granchè positiva nei primi anni", ha ammesso. "C'erano parecchio razzismo e ostilità verso le persone di origine indiana che erano venute a vivere nel Regno Unito. Noi eravamo una famiglia immigrata di classe lavoratrice. I miei genitori lavoravano duramente per mandarci al college e all'università perchè per loro - come per molti genitori indiani e genitori immigrati - l'educazione è una via di uscita".
Parmar ha potuto "uscire fuori", prima alla Bradford University dove si è laureata, poi alla Birmigham University dove si è specializzata, ma è stato più difficile sfuggire alle aspettative tradizionali da parte della sua famiglia e della sua cultura.
Ha dovuto resistere a parecchi tentativi falliti di combinarle matrimoni tradizionali, prima di andarsene di casa per farsi una vita per conto proprio. "Crescendo, si presumeva sempre che dovessi sposarmi, ma io nel mio intimo sapevo che non era quello che volevo", ha detto. "Non volevo sposarmi. Non volevo sposarmi con un uomo. Sapevo questo, ma non sapevo
ancora cosa volessi in alternativa. Volevo solo non essere legata".
All'università Parmar scopri' il femminismo, e quelle esperienze la esposero anche al lesbismo. Si innamorò per la prima volta di una donna e cominciò a impegnarsi nel movimento femminista inglese. Quando ritornò a casa dalla sua famiglia, decise di gestire la sua sessualità appena trovata come un "segreto aperto". Ricorda: "Non c'è mai stato un momento in cui ho detto 'Mamma e papà, sono gay'. Non l'ho mai fatto. Anche adesso è un segreto aperto, come lo è stato allora. Sono stata talmente 'out' nel mio lavoro, che loro lo sanno e lo accettano". Essere finalmente "out" e a proprio agio con la sua sessualità ha consentito a Parmar di cominciare sul serio la sua carriera di regista. Non ha mai frequentato scuole cinematografiche, ed è stata invece ispirata dal regista queer Derek Jarman, che le ha detto di "prendere solo una camera e cominciare a raccontare storie".
Parmar cominciò a creare corti documentari sui temi delle minoranze, scegliendo argomentiche percepiva come non menzionati nella cultura popolare, in modo da introdurli nel mainstream. Alla fine degli anni Ottanta lavorava con Channel 4, una delle principali reti televisive della Gran Bretagna. All'epoca la rete produceva una rivista televisiva di notizie gay e lesbiche settimanale, che diede a Parmar una possibilità di mostrare il suo lavoro ad un pubblico più ampio. Si concentrò sui temi relativi alla razza, alla sessualità e al genere sessuale, che per lei erano tutti argomenti molto personali. Come risultato di questo tocco personale, il suo pubblico cominciò ad entrare in contatto con le storie che raccontava.

Nel 1991, la carriera di regista di Parmar arrivò ad una svolta critica. Fece due film, "Khush" e "A Place of Rage", che furono largamente acclamati dalle comunità queer e del cinema indipendente. "Khush", in particolare, fu un film miliare per Parmar perchè si trattava del primo documentario che ritraeva la comunità gay e lesbica sudasiatica. Usando testimonianze in prima persona, divenne un "cult" prediletto tra le persone queer di colore e
fu un trampolino di lancio per la successiva carriera di documentarista di Parmar.
Nel 1993 Parmar affrontò un tema ancora più controverso con l'aiuto della famosa scrittrice Alice Walker, che aveva incontrato mentre filmava "A Place of Rage", un documentario sul femminismo afro-americano. Walker propose a Parmar di fare un film intitolato "Warrior Marks" per documentare i rituali di mutilazione genitale femminile in Africa, un tema che era stato estremamente tabù e che fino ad allora non era stato rappresentato. Il film, che originariamente voleva essere un piccolo sia pure intenso progetto, acquistò rapidamente fama internazionale grazie alla sua riflessiva interpretazione di ciò che una volta era un problema culturale ridotto ad un fatto privato.
Parmar definisce "Warrior Marks" come il progetto più forte al quale abbia lavorato fino ad oggi, e il suo impatto fu anche di profonda ispirazione. "E' stato stupefacente", ha detto. "Era un piccolo film quello che abbiamo fatto e pensavamo che sarebbe stato visto da poche persone, ma in realtà esso accese un intero dibattito internazionale. E' stato davvero gratificante, perchè ho visto come un film possa letteralmente innescare un cambiamento sociale e cambiare gli atteggiamenti della gente".
Dopo i successi di "Khush", "A Place of Rage" e "Warrior Marks", Parmar continuò a documentare tematiche di minoranza, inclusi le lesbiche e i gay disabili ("Double the Trouble", "Twice the Fun"), la cybersessualità lesbica ("Wavelenghts"), e persino un film che descriveva l'impatto del successo di Jodie Foster sulla comunità lesbica ("Jodie: An Icon"), film che Parmar chiama "un valentino per Jodie".
Pratibha Parmar, che attualmente risiede a Londra con la sua convivente da 15 anni, di recente si è impegnata in film che raggiungano un più ampio pubblico. Per realizzare la sua ultima pellicola, "Nina's Heavenly Delights", le sono serviti sei anni, e il processo di portarlo sul grande schermo ha dovuto superare le difficoltà di dipingere le lesbiche e la cultura sudasiatica nel contesto di una rappresentazione commerciale. Parmar ha lottato per avere finanziamenti: anche dall'U.K. Film Council, che si occupa di tematiche di diversità, ma che le ha risposto che le lesbiche hanno raggiunto la loro "data di scadenza" nelle vendite. Le è stato chiesto parecchie volte di far diventare uno dei personaggi un uomo invece di una donna. Ma Parmar ha mantenuto la sfida. "Nella mia propria vita ho una relazione molto felice e piena con la mia compagna", ha detto. "Ce l'ho da molti anni e conosco molte altre lesbiche che ce l'hanno, dunque perchè dobbiamo sempre venire rappresentate come donne psicotiche o disfunzionali? Perchè non possiamo essere rappresentate come chiunque altro? Ci innamoriamo e, si', abbiamo le nostre difficoltà, ma abbiamo anche un potenziale di vivere felici per sempre".
Con "Nina's Heavenly Delights" Parmar ha dovuto anche combattere con la percezione pubblica della cultura sudasiatica, una delle principali ragioni per cui lei crede che il film non sia stato un successo di critica, sebbene abbia ricevuto un'acclamazione popolare.
"I film anglo-asiatici devono essere solo un certo tipo di film", ha spiegato. "I critici approvano finchè gli asiatici vengono rappresentati in maniere stereotipate oppure portano con loro il loro bagaglio culturale. Se fosse stata una specie di festa dell'infelicità, con Nina che si taglia i polsi perchè è innamorata di una donna, ai critici sarebbe piaciuto". La stessa esperienza di Parmar di crescere nella comunità sudasiatica è stata sorprendentemente diversa da quella che è la percezione comune. Ai festival cinematografici e alle proiezioni, ha incontrato molte famiglie indiane che appoggiavano l'omosessualità: una prova, lei dice, del fatto che le culture e gli atteggiamenti possono cambiare. "Nell'ideologia liberale occidentale, c'è l'assunto che le culture occidentali accettano molto di più le sessualità diverse e l'omosessualità, e che le altre culture sono molto più tradizionali e indietro rispetto a questo", ha detto. "Penso che ciò che ha fatto il mio film sia dare un colpo sulla testa riguardo a questo pregiudizio". Ha continuato: "In realtà penso che le cose siano cambiate più nella comunità sudasiatica che nella cultura bianca dominante. Ho visto la reazione al mio film nella comunità sudasiatica, una reazione che è stata veramente positiva se paragonata a quella della comunità bianca eterosessuale dominante, che davvero è stata molto più negativa".
Dopo essere stata per oltre due decenni dietro la camera come regista documentarista, sono queste le osservazioni che Pratibha Parmar ci affida. Sia documentando le tradizioni di tortura in Africa, oppure dando una voce libera dagli stereotipi alle lesbiche sudasiatiche nel cinema dominante, Parmar è capace di prendere ciò che sembra essere il tema della minoranza più ristretta e di dargli una prospettiva fresca. Soprattutto, Pratibha Parmar crede che il cambiamento culturale sia possibile. Lo ha visto lei stessa.
L'estate scorsa, Parmar e la sua compagna hanno partecipato ad una cerimonia di unione civile di una coppia lesbica che conoscono. "Le due donne erano entrambe indiane, e indossavano abiti fatti e tessuti in India", ha ricordato: "Entrambe le loro famiglie erano là, gli zii, le zie, le mamme, i papà e i loro nipoti, ragazzini che correvano in giro. Era un tipico matrimonio indiano, eccetto per il fatto che c'erano due spose. Questo è progresso. Questo è cambiamento. Dunque il mio film non è completa fantasia; cose come questa accadono."

http://www.afterellen.com/people/2007/6/pratibhaparmar

 
 
 
 
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