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Fuori della norma
Storie lesbiche nell'Italia della prima metà del
Novecento
A cura di Nerina Milletti e Luisa Passerini
Rosenberg&Sellier
editore
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Con questo libro la storiografia italiana inserisce per
la prima volta nella storia del nostro Novecento anche le
voci delle donne che trasgredivano alla norma eterosessuale.
In questo senso, dunque, donne eccezionali e, in quanto
tali, fuori della norma esse stesse.
Sei autrici (Elena Biagini, Alessandra Cenni, Nerina Milletti,
Nicoletta Poidimani, Gabriella Romano, Laura Schettini),
coordinate da Nerina Milletti e Luisa Passerini, tratteggiano
personaggi e documentano singoli episodi emblematici della
storia, finora ignorata, del lesbismo in Italia nella prima
metà del secolo scorso.
Interverranno: Giuseppina Tedde, assessora
> Luki Massa, Fuoricampo > Nerina
Milletti, curatrice del libro > Elena
Biagini una delle autrici.
Vi aspettiamo sabato 5 maggio 2007
Ore 18.30 in via Zamboni, 13 Bologna
Sede della Provincia - Sala dello Zodiaco
Nella sala ci sarà un banchetto in cui sarà
possibile aquistare il libro.
Seguirà aperitivo e
buffet:-)
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Tratto dal sito Rosenberg&Sellier
editore:
L'amore tra donne in Italia non fu soltanto negato o non
visto, ma se ammesso era considerato irrilevante come realtà
umana e culturale. Su questa base si giustifica l'originalità
di questo libro nel panorama nazionale: «il primo
libro sulla storia lesbica italiana del Novecento».
Apre il libro il ritratto di Cordula (Lina) Poletti, studentessa
femminista di Ravenna. Alessandra Cenni delinea l'intensa
vicenda amorosa intercorsa negli anni 1909-10 tra Sibilla
Aleramo, scrittrice affermata, e la giovane «libera
e indomita», una delle prime lesbiche dichiarate e
fiere di esserlo, Dopo la fine dell'amore con Aleramo, Lina
Poletti visse un'altra storia tumultuosa con Eleonora Duse.
Cenni riconosce a Lina Poletti il merito di aver contribuito
a salvaguardare, con la sua vita e le dichiarazioni nelle
lettere, l'originalità dell'esperienza lesbica, trasmettendo
questo retaggio anche al futuro,
Gabriella Romano ci presenta quattro storie di vita di
donne lesbiche, nate tra il 1905 e il 1925, portando su
di loro uno sguardo allenato alla visualità dalla
sua pratica di lavoro multimediale, con film, programmi
radio, giornali e televisione. Il suo saggio è basato
su diari e interviste orali non solo alle donne studiate,
ma anche ad alcune persone intorno a loro. Nietta Aprà
è ritratta a Milano negli anni Trenta. Nietta era
considerata «molto moderna» per il suo atteggiamento,
che includeva l'abitudine di guidare l'automobile; con un
gesto significativo, fu sepolta con i pantaloni, facendola
così uscire in extremis dal non detto.
La tensione tra parola inadeguata e desiderio si ritrova
anche nelle sette donne intervistate da Elena Biagini. nate
tra il 1922 e il 1931 in ambienti sociali differenti: alta
borghesia, proprietari terrieri e mezzadri. I ricordi costituiscono
un corpus di memoria in cui Biagini individua le ricorrenze
a proposito dell'ambiente familiare - in particolare i rapporti
con le madri, subordinati ma non repressivi, dell'uso del
tempo libero, dell'abbigliamento. Nell'Italia fascista,
l'occasione migliore di incontro era il cinema pomeridiano,
ma anche l'oratorio poteva offrire occasioni, e lo sport
svolgeva per alcune un ruolo liberatorio.
Nerina Milletti legge i rapporti di polizia per studiare
l'incontro tra la soggettività lesbica e la repressione
esercitata dal regime fascista attraverso tre casi di condanna
al confino. Fernanda B., una signora della media borghesia
perugina, è condannata al confino nel 1928 per la
sospetta relazione che intratteneva da anni con la moglie
di un notissimo medico. Essa non scontò mai la pena
perché dopo un rinvio per ragioni di salute il provvedimento
venne revocato. Gli altri due casi riguardano due prostitute
di Roma, Agata F., e Giuseppina S., inviate entrambe nel
1938 al confino nella provincia di Nuoro, . Mentre non sappiamo
nulla dell'aspetto fisico di Fernanda B. e della sua amica,
se non che mostravano di essere «la più genuina
espressione della femminilità» e di amare «l'abbigliamento
più squisitamente femminile», sappiamo molto
dei corpi delle prostitute, dettagliati da minuziose descrizioni,
foto segnaletiche e impronte digitali. Il contesto giuridico
e sociale delle vicende illuminate dall'autrice ci aiuta
comprendere la specificità dell'oppressione fascista,
«la coercizione dell'eterosessualità obbligatoria
come pilastro di quell'ordine patriarcale» di cui
il fascismo rappresenta una declinazione particolare.
Laura Schettini osserva come dei casi di «matrimoni
travestiti» avvenuti all'estero, in alcuni anni tra
il 1900 e il 1950, siano presentati in un'ottica "popolare
"da una campionatura di quotidiani come «Il Messaggero»,
«Il Secolo», «La Gazzetta del Popolo»,
«Roma». Un interessante confronto è poi
costruito dall'autrice tra questa sfera dell'immaginario
e la letteratura scientifica positivistica, che nello stesso
periodo mostra un nuovo interesse per documentare e «misurare»
varie forme di «inversione». Le pubblicazioni
studiate da Schettini descrivono casi di giovani travestite
(per esempio una diciannovenne di Genova nel 1908 e Soccorsa,
la quindicenne napoletana del 1912) come devianti dalla
norma e tendenti al mostruoso.
Nicoletta Poidimani, di formazione filosofica, opera una
rilettura della rivista «La difesa della razza»
che le consente di individuare il passaggio dall'antropologia
criminale all'antropologia politica presentata nel Manifesto
del Razzismo Italiano come strumento di disciplina delle
relazioni interrazziali in concomitanza con la nascita dell'impero
fascista. L'autrice interpreta anche le reazioni italiane
al il film tedesco «Mädchen in Uniform»
di Leontine Sagan del 1931, oggi considerato il primo film
lesbico della cinematografia mondiale.
il tema del desiderio non conforme all'eterosessualità
normativa ci riguardi tutte e tutti, e non solo in quanto
ci tocca da vicino la storia di ogni singolo gruppo oppresso.
Il divieto delle relazioni amorose tra donne era innanzitutto
diniego, così che il rapporto lesbico era costretto
ad essere indicibile. Ma il rifiuto di nominare e di nominarsi
da parte delle donne protagoniste della storia lesbica può
essere compreso, alla luce del costante tentativo da parte
del regime di esorcizzare lo spettro dell'omosessualità
e dell'alleanza tra donne. anche come una forma di resistenza
culturale.
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