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Mercoledì 24 Settembre 2003 |
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Donne
lesbiche e moto, attrazione fatale
di Delia Vaccarello
La strada sale tra filari di alti
faggi, le mani impugnano i manubri, il vento soffia nei
pensieri, i motori coprono il silenzio. Decine di motociclette
attraversano l'Appennino tosco emiliano, raggiungono la
piccola Fiumalbo, si chetano sul selciato della piazza
all'ombra del campanile affilato. Il casco riposto nella
custodia, ne scendono una cinquantina di donne e ragazze.
Alcune di loro si tengono per mano.
Si è appena concluso il motoraduno organizzato
da Fuoricampo (www.fuoricampo.net) , associazione bolognese
di lesbiche impegnata ad aggregare sulle passioni: oggi
le due ruote, domani anche un'officina che fungerà
da laboratorio d'arte. In estate piena, un'altra comitiva
di centaure ha attraversato l'alto Lazio e l'Umbria, abbracciando
il lago di Bolsena, entrando a Civita di Bagnoregio, la
fragile città che muore, solcando le campagne intorno.
L'occasione era una tre giorni organizzata da Motodilei,
iniziativa affiliata al centro per sole donne «Terradilei».
Le lesbiche, dunque, stanno saltando in sella. Stanche
di fare le passeggere, coronano un sogno accarezzato fin
da bambine, a volte tenuto per anni a riposo, alfine conquistato.
«Io sono nata motociclista - dice Monica - ma vedevo
intorno a me solo i maschi andare in moto. Poi ad incoraggiarmi
è stata la mia fidanzata, motorizzata da anni:
"Dai che ci arrivi, su prova a mettere le marce".
Ho usato per un po' la sua moto, l'ho rotta e l'ho portata
a riparare due volte. Poi ne ho comprato una a costo di
grandissimi sacrifici. Oggi compie un anno. La chiamo
"la mia bambina", "il mio amore",
"il mostro"». C'è, poi, la moto
di coppia. Dice Elisa: «Ho una gran passione per
la moto e in particolare per la "Monster", 650
di cilindrata, 180 chili. E' di Laura, la mia fidanzata,
ma in pratica è nostra». E Laura: «Elisa
è la mamma della Monster, la cura, la tiene in
perfette condizioni. Io la do a lei perché è
la mia compagna, non la porta nessun'altra». C'è,
ancora, la moto «per così dire», cioè
lo scooter. Ha due ruote, ma… «Sono scooterista
dall'86, ex vespista. Ho avuto per un po' la 125 primavera,
adesso ho uno scooter grande. Non è come le moto,
non ha le marce e ha le ruote piccole, però d'inverno
mi sento più protetta perché ha il parabrezza.
Questo è il mio primo raduno, lo scooter si è
comportato bene. Certo… mi piacciono le donne con
la moto», dice Antonella.
E c'è la moto in garage, l'incarnazione "del
sogno" in un'anima di ferro. «Ho avuto la prima
moto a 16 anni, una Yamaha. Allora, una ventina di anni
fa, non si vedeva nessuna donna in sella. Quando mi toglievo
il casco, i maschi non mancavano di esclamare: "Ah!
Sarà una lesbica". C'era anche una gran competizione,
se mio malgrado acceleravo superandoli, e lo facevo solo
perché assecondavo la potenza del motore, scatenavo
incredibili reazioni. Il mio primo amore è stata
una donna. Poi ho fatto una deviazione, spinta dalla famiglia.
"Non ti sposi?", e mi sono sposata. Sono passati
dieci anni, finché ho accettato di aprire gli occhi.
Ho scoperto di non essere felice - racconta Elisabetta
-. Sono caduta in depressione, ho tentato anche il suicidio.
Poi… la svolta. Mi sono ammalata: cinque ernie alla
schiena. Rischiavo la paralisi a vita. Ho capito che non
potevo permettermi anche la paralisi emotiva. Il rischio
di restare invalida mi ha fatto riflettere sulle priorità,
e le ho invertite. Non potevo sprecare e sprecarmi. Non
potevo camuffare la mia vera me. Intendiamoci, spesso
devi farlo. Ma non fino in fondo, ti devi fermare prima.
Prima della paralisi. Mi sono ripresa la vita. Sono fidanzata
con una donna da dieci mesi. La moto? Resterà sempre
con me, la custodisco nel mio garage».
Tante donne hanno deciso di prendere il posto di chi guida,
hanno scelto di non lasciarsi più trasportare.
L'appuntamento per tutte, senza distinzione di orientamento,
è i primi di ottobre con il raduno organizzato
dal sito www.motocicliste.net. Spesso, solo dopo aver
trascorso anni sul sellino di dietro ad imparare il ritmo
altrui per assecondarlo, le donne hanno deciso di impugnare
il manubrio. Tante le differenze con la guida dell'auto,
dicono le centaure. «Sei dentro la scena, non davanti
a uno schermo», «guidi con tutto il corpo»,
«la moto è il tuo corpo», «l'abbracci,
la senti, ti sdrai sul serbatoio», «andare
in moto per me è come nuotare». Se sono le
donne in genere (omosex o etero non importa) ad abbandonarsi
alla passione per le moto, è vero che le lesbiche
trovano nelle loro vite un terreno già battuto.
«Le lesbiche osano di più - dice Luki, di
Fuoricampo - siamo abituate ad andare contro gli stereotipi.
A me piace molto guidare la mia Kawasaki, mi sento immersa
nello spazio, protagonista». La moto è anche
veicolo di aggregazione. «Siamo interessate al raduno
proprio perché è organizzato dalle donne
lesbiche», dice una coppia di Ferrara.
Kawasaki, Ducati, Honda… le moto di grossa cilindrata
brillano con le cromature al sole. Le case costruttrici
di recente hanno realizzato tipi accessibili a tutti,
non tanto esplicitamente per le donne, ma che vanno bene
per coloro che non superano il metro e sessanta. Anche
l'abbigliamento femminile, ieri pensato per le passeggere,
oggi è disponibile in tante marche proprio perché
le guidatrici stanno prendendo il sopravvento. Non ci
sono più solo giubbotti dalle spalle enormi e la
vita che scende a piombo, ma giubbottini che accompagnano
la linea del seno e dei fianchi.
L'equipaggiamento prevede ogni tipo di accorgimento per
dare agio e sicurezza. Casco - in tre versioni: integrale,
modulare, jet -, sottocasco, sottogola, tuta e sottotuta,
guanti e stivali, il cinturino (un supporto lombare che
protegge la schiena dalle continue sollecitazioni), il
ragno per tenere fermi i bagagli, la sacca con la calamita
che aderisce al serbatoio con una parte in alto trasparente
dove inserire la cartina del percorso, i numeri di cellulare
delle coordinatrici del gruppo. Le bandierine da applicare
al di sopra della ruota posteriore… . Sotto il casco
che copre l'identità, e non fa capire se alla guida
c'è un uomo o una donna, le motocicliste indossano
la bandana del raduno che marca il senso di appartenenza.
Appartenenza ed esperienza di libertà. «Al
lavoro non sono libera, a casa neanche. In un gruppo di
motocicliste mi sento me stessa, e sono con donne che
mi somigliano, insieme alle altre la mia libertà
non è più un'eccezione. Anche per questo
mi unisco a loro, cerco uno spazio in cui fare cose normali»,
dice Barbara. Il senso di libertà si espande. «Al
termine delle passeggiate il gruppo è gasatissimo»,
esulta Isabel, una delle organizzatrici. Il gruppo si
fa forte di sé, innesca dinamiche proprie, è
un corpo vivo. A volte ripropone ciò che in ogni
gruppo ha luogo. Ha le sue regole esplicite. «Non
viaggiate in fila indiana. Ci sono un'apripista e una
ramazza che chiude la fila e poi due abili viaggiatrici.
Le ragazze bivio, che danno le indicazioni a chi si trova
staccata, hanno i gilet arancio…». Le regole
servono per restare unite. Finito il raduno, si torna
a casa. L'ultimo tratto di strada si percorre da sole.
Il gruppo non c'è più, resta l'equipaggiamento
a testimoniare le corse appena fatte. Sotto il casco riposa
la promessa di una futura libertà.
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