|
Sopravvivere al pregiudizio per trasformare la
società
di Rosanna Fiocchetto
recensione del libro
>
We Will Survive! - Lesbiche, gay
e trans in Italia”

A cura di Paolo Pedote
e Nicoletta Poidimani Mimesis Edizioni, Milano 2007,
pp. 253, 16 euro. mimesisedizioni.it
|
|
Sono 23 le autrici
e gli autori coinvolti in questa antologia di scritti, e rendere
giustizia alla pluriarticolata densità del libro mi suggerisce
una lettura sistematica dei singoli contributi e della sua struttura.
I curatori, senza cedimenti ad un approccio commerciale o giornalistico,
hanno infatti scelto un taglio che, come spiegano nella premessa,
cerca “di dare voce alla complessità di linguaggi,
percorsi, strumenti, desideri ed esperienze di una ‘comunità’
che, lottando contro pregiudizi secolari, si interroga sulla cittadinanza
come elemento chiave per trasformare la società”.
Il punto di partenza di questa analisi collettiva, e insieme di
questo percorso, è movimentista ed è storicamente
connotato dall’immagine di copertina, tratta dal numero
0 della rivista “FUORI!” del dicembre 1971. L’accento
è sull’oggi, sullo “stato delle cose”
nel terzo millennio in Italia, che tuttavia porta con sé
un “dna” che affonda le sue radici nel Novecento,
ed in particolare nei suoi ultimi trent’anni che hanno visto
la nascita del moderno movimento di liberazione lesbico, gay e
trans.
I saggi contenuti nel volume sono distribuiti in tre sezioni.
Nella prima, “Dai pregiudizi alle soggettività”,
le crescenti e orgogliose visibilità e consapevolezze acquisite
dal movimento lgt nell’arco di tre decenni vengono affiancate
da una radiografia delle attuali istanze reazionarie che si contrappongono
al processo di rivendicazione dei diritti. |
“Per una genealogia dell’omofobia”
di Paolo Pedote ripercorre l’uso
di un termine controverso (omofobia), che trova la sua incarnazione/sublimazione
ideologica nel “Lexicon” vaticano: un delirio persecutorio
che utilizza persino i più retrivi argomenti psicanalitici freudiani
– oggi definitivamente ripudiati dalla scienza – per fare
dell’omosessualità una categoria antropologicamente invalida.
Codificazione, questa, che svela l’omofobia per quello che è:
razzismo oppressivo. E la miscela razzismo-oppressione si allarga anche
alle altre religioni patriarcali, le cui rigide “metafisiche”
organizzano il loro ferreo controllo sulla sessualità e sulla
riproduzione, un controllo esclusivamente uomo-orientato.
Nicoletta
Poidimani, in “Divenire-lesbica e divenire-gay
– Appunti sulle cittadinanze possibili”, parte
dall’analisi condotta da Monique Wittig dell’ “eteronormatività”
come strumento di dominio, per sottolineare un suo “ritorno violento”,
un’accanita crociata mirante a stroncare le nuove possibili forme
di cittadinanza, riportando in vigore “l’ordine eterosessuale”.
Le lotte delle donne, delle lesbiche, dei gay e dei trans, “strettamente
connesse tra loro”, diventano oggetto “di un attacco feroce
e concentrico contro ogni istanza di autodeterminazione del corpo, del
desiderio e degli stili di vita che vede riproporsi alleanze già
sperimentate, quale quella tra il Vaticano e i fascismi – vecchi
e nuovi, dichiarati o interiorizzati – in nome di una posizione
ideologica che tende a ‘naturalizzare’ la rappresentazione
binaria e asimmetrica uomo/donna costruita culturalmente”. Insomma,
conclude Poidimani, per questo fronte repressivo le soggettività
autodeterminate “non devono esistere e, se esistono, non devono
rivendicare alcun diritto di cittadinanza”. La recrudescenza di
stigmatizzazione innescata dal “contrattacco teo-straight”,
secondo l’autrice, va combattuta con un “divenire”
inclusivo di “un diverso approccio al concetto di uguaglianza”,
che invece dell’omologazione scelga “percorsi autonomi al
di fuori del modello familista”.
“Contro la liberazione sessuale, per un libero uso dei piaceri”
di Lorenzo Bernini rivisita due esempi di
pensiero libertario “il cui senso è profondamente legato
all’effervescenza politica degli anni Settanta”. Bernini
focalizza sul concetto di minoranza e sulla sessualità. La modificazione
della percezione sociale delle minoranze sessuali viene messa a confronto
con le tesi di Mario Mieli e di Michel Foucault, e con le esperienze
della fase “rivoluzionaria”, vissute “nei termini
della trasformazione e non dell’assimilazione”.
Diana Nardacchione, in “Misandroginia”,
parla di un “naufragio etico della società” causato
dai “gruppi di pressione economica che hanno ridisegnato la legislazione
attorno ai propri interessi finanziari”, dissolvendo “la
certezza del diritto”. Lo stesso pregiudizio finisce per essere
fondato su un mero opportunismo, mentre la discriminazione “si
esprime spesso come sfruttamento mirato”, e la persecuzione diventa
un’attività “autoremunerante”. Saggio fra i
più lucidi e disincantati, il contributo di Nardacchione non
esita a dissezionare con estremo realismo i “cattivi sentimenti”,
il moralismo e “l’illusione di normalità”,
delineando uno spaccato sia della gerarchia tra i sessi, che dell’ambivalenza
sociale nei confronti delle persone transessuali da uomo a donna.
Nerina
Milletti, in “Separatismo e visibilità
lesbica: tra utopia e rivoluzione”, critica l’odierno
“vuoto neoliberale dove lesbiche e gay hanno cittadinanza solo
come consumatori”. La critica investe – a mio parere piuttosto
ingenerosamente – anche le “giovani generazioni” lesbiche,
che invece hanno il merito di essere protagoniste di un “coming
out” generalizzato per il quale godono di tutto il mio rispetto.
Altrettanto schematiche, nel contesto di un discorso che pure ha ingredienti
interessanti, mi sembrano la distinzione tra lesbismo “universalizzante”
e “minorizzante”, e la descrizione della “natura utopica”
del separatismo e dei suoi connotati politici, sostanzialmente negativizzati.
Nella mia esperienza il separatismo è una pratica di autodeterminazione
e una utopia realizzata nel “qui e ora”, uno spazio ad (almeno)
quattro dimensioni che non ha a che fare con il potere ma piuttosto
con l’ “empowerment”, il potenziamento individuale
e reciproco, nel quale può circolare la libertà assoluta
di far emergere desideri, differenze, anche conflitti. E’ un modo
di prendere contatto con la propria forza scambiandola con le Altre,
una faccenda di testa e di cuore, di gioia, di sperimentazione quasi
paranormale che mi ha regalato molti indimenticabili “Magic Moments”.
Sta a noi viverlo con piacere e costruzionismo, oppure optare per altre
scelte altrettanto valide, restare o andare e venire, in quell’
“andirivieni” spesso cosi’ funzionale come valvola
di decompressione. Anche “separatismo”, inoltre, è
una parola che andrebbe declinata al plurale, evitando il riduzionismo
concettuale e l’omologazione.
Daniela Danna,
in “Gay, lesbiche, famiglie – Il dibattito intorno
alle famiglie omosessuali e la loro esperienza concreta”,
contesta l’espressione “famiglia naturale” in quanto
“evidente ossimoro, poiché il matrimonio è un rituale
e non appartiene alla sfera della natura bensi’ della cultura”.
E proprio all’evoluzione culturale dei nuclei familiari Danna
dedica il suo ben documentato saggio, che denuncia la strumentale “sacralizzazione
della famiglia eterosessuale” e illustra, oltre ai risultati positivi
delle ormai numerose ricerche condotte sulle famiglie lesbiche e gay
all’estero, anche parecchie situazioni italiane, con interviste
dalle quali affiorano chiaramente i problemi indotti dalla discriminazione.
L’introduzione in Italia dell’istituto giuridico della “responsabilità
genitoriale”, già vigente nel Nord Europa, potrebbe costituire
secondo Danna una soluzione adeguata, seppure parziale, al riconoscimento
di quelle realtà familiari di fatto lasciate dalla politica nella
più totale invisibilità e mancanza di tutela.
Concludono questa prima e più sostanziosa parte del libro lo
scritto di Elena Biagini “Educare
la società: prevenzione della violenza omofobica”,
bilancio del lavoro con gli adolescenti svolto su questo tema da Azione
Gay e Lesbica di Firenze; e il saggio di Fabio Pellegatta
“Aids – Oltre la malattia, oltre lo stigma”,
che rievoca l’ “assunzione di responsabilità personale
e collettiva” imposta alle varie comunità dalla “peste
del secolo”.
La seconda sezione dell’antologia si intitola
“Il personale è (sempre) politico” e mette sulla
scena delle parole la “prima persona”, quel “partire
da sé” che sostituisce all’interpretazione il vissuto.
“Dalla centralità operaia alla conquista della
soggettività” è firmato da Gigi
Malaroda, la cui vicenda politica germoglia attraverso
la militanza nella sinistra extraparlamentare approdando nei primi collettivi
omosessuali e nei progetti “alternativi”. Foto di gruppo
con amori, contestazioni, riappropriazioni e autocoscienza, animata
da slogan iconoclasti e da irrefrenabili entusiasmi, la testimonianza
di Malaroda sfuma con dignità nel “riflusso moderato”
e nell’ “elaborazione culturale”, anch’essa
un duro lavoro da portare avanti in una eterokultura dello svilimento.
Graziella Bertozzo, in “Uscire
dalla vergogna”, dipinge il suo passaggio, a metà
degli anni Ottanta, da “una tranquilla vita di coppia” in
provincia alla visibilità politica nelle file dell’Arcigay
(di cui è stata segretaria nazionale dal 1990 al 1994) e poi
di Arcilesbica. Dopo essere stata la prima “lesbica televisiva”
in Italia, Bertozzo ha poi scelto un salutare “turn over”
ma non è certo andata in pensione (come potremmo? se non altro
Ratzinger ci mantiene in pista…). Dice: “Se devo pensare
politicamente a me stessa, ora, la definizione che più mi piace
è ‘militante semplice’. Dove militare lo scelgo di
volta in volta, di avventura in avventura, con la consapevolezza che
il mio personale, che pochi confini ha con il mio politico, è
stato possibile solo grazie alla relazione con coloro che oggi definisco
i/le/l* compagn* della mia vita”.
Porpora Marcasciano, in “Le
vie anal demole le kapital! – Dalla liberazione alle ‘cose
serie’ “, afferma: “Non mi sono mai sentito
uomo ma neanche donna e non per questo ho mai pensato di essere nat*
in un corpo sbagliato ma piuttosto in un mondo sbagliato”. Incertezze,
incontri e letture di un sé “marginale”, fino all’
“annus memorabilis” 1977, “quando decidemmo di vivere
come sognare senza sognare di vivere, il tempo in cui volevamo tutto
e subito”. Poi, dopo la fase drammatica dell’Aids, “nulla
fu come prima”. Una mitoautobiografia, quella di Marcasciano,
che ha trovato un respiro più ampio nel suo recente “AntoloGaia.
Sesso, genere, cultura degli anni ‘70” (Il Dito e La Luna,
2007). Leggendola insieme a questo breve saggio, ho simpatizzato con
la sua disponibilità a “fare storia di sé”
nonostante la malinconia che questo mettersi in gioco emotivamente implica,
rievocando anime e stagioni perdute, e tutto ciò che non può
più ritornare, dagli esseri amati alla propria giovinezza.
“Transessuali incredibili”, di Daniele
Bocchetti e Giorgio Cuccio,
è un dialogo sulla transizione da femmina a maschio, che rivendica
“autonomia di narrazione” al di là della “legittimazione
diagnostica” imposta dalla legge 164. Comune ai due autori è
il disagio della gestione di una onerosa diversità la cui percezione
è “di essere dei clandestini, con le ansie conseguenti”,
e il cui progetto è rivendicare “un maschile diverso”,
che “non è assolutamente previsto”.
“Gli omosessuali credenti: un dono di Dio alla sua Chiesa”,
di Gianni Geraci, ricorda “la vera e
propria tragedia” provocata nel ragazzo cattolico giovanissimo
da una “appartenenza” religiosa che esigeva la repressione
dei suoi veri desideri. In preda alla “schizofrenia di chi oscilla
tra la sauna e il monastero”, Geraci adotta “l’ipocrisia
come ideale” ma poi, con il sostegno del gruppo del Guado, vive
il coming out come “passaggio dalle tenebre alla luce”,
riconciliandosi con la propria omosessualità come “grazia”.
Personalità agli antipodi rispetto a Geraci sono quelle di Giovanni
Dall’Orto, che in “Le mie redazioni
– Memoriale patriottico dalle carceri dell’editoria gay
cartacea” riassume con umorismo il suo investimento libidico
nell’informazione e nella cultura gay; e dell’attrice, drammaturga
e regista Eleonora Dall’Ovo, qui in
veste di lesboconduttrice radiofonica nello scritto “L’Altro
Martedi’ e Radio Popolare: da 26 anni una coppia di fatto!”,
ricapitolazione storica di una infrequente frequenza (FM 107.6) alla
quale ha cominciato a collaborare undici anni fa. Dall’Ovo racconta
i suoi “radio days” vissuti con “passione e emozione”,
fra cui quello del World Pride 2000 a Roma, “un giorno straordinario,
sotto il sole cocente e senza un filo d’aria”, colmo di
“speranze per un futuro prossimo carico di nuovi diritti”;
conquiste che purtroppo restano ancora da venire, mentre “L’Altro
Martedi’ anche se a volte stanco e un po’ disilluso non
smette però di trasmettere dalle antenne di Radio Popolare, lottando
con le uniche armi che possiede: microfoni e tanta voglia di urlare
le proprie ragioni”.
Stefano Bolognini, con “Visibilità
gay e istituzioni”, esegue un breve ma esauriente censimento
dei gay, delle lesbiche e dei transessuali che hanno occupato e occupano
cariche istituzionali senza nascondere il proprio orientamento, raccogliendo
le dichiarazioni o le confidenze di molti di essi.
L’ultima e terza sezione dell’antologia
è “Parole, corpi, immaginari”. La apre Francesca
Polo con “L’editoria lesbica, gay
e transessuale/transgender”, che è innanzitutto,
ancora oggi, una risposta alla ricerca di “una conferma di sé,
una convalida della propria legittimità di esistenza”.
Ma che è molto di più: “uno spazio in un mondo che
non ci prevede”, una fucina di nuovi linguaggi e modelli, e, “oltre
che fonte di identificazione, mitologia, memoria, rappresentazione,
anche contestazione e critica sociale”. Polo ripercorre la presenza
della letteratura lgt nell’editoria commerciale e in quella “di
nicchia”, avvalendosi della propria esperienza nella direzione
di “Il Dito e la Luna”, uno dei progetti più vivaci
e interessanti di un settore in tenace sviluppo.
“Da ‘Fuori!’ a ‘Pride’ –
Breve storia delle riviste glt italiane” di Paolo
Pedote ricompone il mosaico di un “giornalismo particolare”,
strettamente connesso alla militanza e all’azione politica, strumento
instancabile di “coming out”; un repertorio variegato, oggi
integrato in modo crescente da periodici web e siti di informazione
“che assolvono discretamente il compito di raggiungere con una
certa capillarità gli angoli più remoti della comunità
lgt”.
“L’immaginario gay & il cinema” è
il tema affrontato da Vincenzo Patanè,
consapevole della valenza di suggestione di un’arte visiva che
“sa proporre le cose epicamente”. La partecipazione gay
a questa “epopea” è stata sia spettatoriale –
con quelle “icone” soprattutto femminili che più
delle altre hanno rispecchiato la “fluidità delle identità
sessuali” – sia creativa. Patanè ripercorre i “momenti
forti” della cinematografia omosessuale arrivata sul grande schermo
dagli anni Settanta ad oggi, ma le sue preferenze vanno decisamente
alla meno conosciuta produzione indipendente, il cui immaginario “dà
vita a un mondo a sé, particolarissimo, che deve molto anche
ad altri veicoli”, come i fumetti, le riviste “muscle”,
la grafica, la fotografia, la pubblicità, la musica e persino
l’ “hard core”. Tuttavia, conclude Patanè,
il film più bello e “veramente significativo, che finalmente
dia corpo ai nostri sogni e alle nostre speranze”, deve ancora
essere realizzato e appartiene al futuro.
La regista Luki
Massa, in “Cinema lesbico – Da oggetti della
rappresentazione a soggetti”, è riuscita brillantemente
nell’impresa eroica di conciliare il ridotto spazio a sua disposizione
con un argomento di notevole vastità quale l’evoluzione
dello “schermo viola”. Il suo contributo, denso di informazioni
e riflessioni, spazia dalla rappresentazione all’autorappresentazione
lesbica, dagli esordi della cinematografia alle realizzazioni attuali,
incluse quelle televisive, sottolineando anche l’importanza della
“forma del documentario, legata allo sviluppo della ‘herstory’
e delle comunità lesbiche contemporanee”. E, da filmaker
consapevole del valore dello sguardo del pubblico e dell’interazione
artistica, Massa riconosce: “Il cinema lesbico, al di là
del ‘mainstream’, ha contribuito fortemente a ricostruire
un immaginario lesbico più positivo, ricco, variegato, fedele
alla nostra esperienza. Dobbiamo questo non solo alle registe, ma anche
alle spettatrici, che con la frequentazione dei Festival ed un lavorio
continuo di ricerca, su Internet e sullo schermo televisivo, hanno compiuto
il proprio ruolo e dato valore alla produzione lesbica”.
Marco Mori con “L’identità
gay On-line” e Patrizia Colosio
con “Donne in rete: l’esperienza della Lista Lesbica
Italiana” danno conto della capacità di aggregazione
e socializzazione offerta dai siti Internet e dalle Comunità
Virtuali. Mori osserva che nella rete le minoranze “non sono aprioristicamente
visibili” e quindi vi trovano un ambito “libero e consapevole
per agire e vedersi riconosciuta una propria legittimità”.
Gli utenti, “confortati dalla dimensione anonima, ovattata, immediata,
ed efficace della rete”, quasi priva delle “tensioni che
la vita reale può comportare”, si schiudono alla comunicazione,
“risignificando” la propria identità e collegando
la sessualità alla testualità. Mori definisce questo processo
“una esplosione di potere” che spalanca la possibilità
di “un insieme di relazioni e condivisione di emozioni, non solo
virtuali”, una sorta di “controbilanciamento attivo dell’eterosessualità
obbligatoria, omofoba e vincolante e che quotidianamente satura la vita”.
Patrizia Colosio illustra il progetto della LLI, nata nel 1996 con l’ambizione
di costituire “un formidabile strumento di connessione”,
quale in effetti poi è diventata: “Una ‘piazza’
virtuale in cui si discute di tutto senza perdere di vista il focus
lesbico; uno spaccato della realtà lesbica interclassista e intergenerazionale
capace di mettere in comunicazione le ricercatrici all’estero
con le donne dei piccoli centri di provincia, le giovani studenti con
le donne sposate, spesso al loro primo approccio all’esperienza
lesbica”. Ma la Lista Lesbica Italiana, che oggi conta 850 iscritte,
va al di là della “second life” che rischia di subentrare
alla “doppia vita” del passato lesbico: con un bellissimo
e colorato striscione e con un enorme lenzuolo arcobaleno partecipa
alle manifestazioni colorando strade e piazze, organizza meeting, aggiorna
con articoli, notizie, informazioni e rubriche un portale (www.listalesbica.it)
che ha oltre 50.000 accessi mensili.
Infine, Marco Geremia, in “Pratiche
lgbtq: cortei, frocessioni, sfilate No Vat! (2005-2007)”,
sintetizza lo sdegnato fermento laico che, in seguito all’invadenza
clericale e agli attacchi da parte del centro destra, ma soprattutto
al tentativo di fare dell’Italia uno stato semi-integralista,
ha riunito associazioni, collettivi e singoli in una mobilitazione permanente,
un movimento d’opinione che si è dato il nome di “Facciamo
Breccia”. Si tratta di una sintesi di valori “eticamente
fondativi per la definizione stessa della laicità”, in
cui lesbiche, gay e trans – bersagli prioritari dell’aggressione
insieme al movimento delle donne – hanno un peso non secondario.
Questa rete nata nel 2005, che raccoglie diverse “energie propositive”,
mette in atto “gioiose pratiche brecciarde” già sfociate
in incisive manifestazioni, tra le quali “No Vat!” a Roma
nel 2006, e in parecchie azioni di protesta.
Con questo esempio di “politica di coalizione” si conclude
l’antologia “We Will Survive!”, accompagnata dall’ideale
colonna sonora della celebre canzone di Gloria Gaynor (I Will Survive)
che ha ispirato il titolo. Il coro è composto da voci molto diverse,
eppure sincroniche e sintoniche. Alcune possono essere sentite più
vicine, altre più lontane. Ma nessuna di loro “stecca”,
perché, adottando una bella espressione di Francesca Polo, provengono
tutte da “esperte/i di noi stesse/i”.
|
Presentazione del libro >
Bologna, venerdì 26 Ottobre alle ore 18 presso la libreria
Melbookstore di via Rizzoli, Nicoletta Poidimani, Paolo Pedote,
Luki Massa, Graziella Bertozzo, Giorgio Cuccio, Marco Geremia
e Porpora Marcasciano ripercorrono la sfida culturale e sociale
delle persone GLBT.
|
© 2003_7
Fuoricampo Lesbian Group - Tutti i diritti sono riservati. |