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Il rovescio del diritto:
integrazione o auto-rappresentazione?

 

Contributo di Fuoricampo Lesbian Group per il convegno
“Il soggetto lesbica.
Sovvertire il pensiero assoluto per una ri-scrittura del simbolico”

Relatrice Luki Massa

 

Il movimento gay e lesbico come movimento di minoranza può avere davanti a sé più possibilità di sviluppo.
Una delle vie intraprese all’inizio degli anni 70 è stata quella rivoluzionaria (rivoluzionaria perché volta a mutare il simbolico e il pratico dell’esistente precostituito), individuando un obiettivo molto importante: rendersi visibili.
Avevano capito che mettendo in discussione l’eterosessualità e normalità obbligata si rimettevano in discussione basi fondamentali della società.
Per normalità obbligatoria intendo che siamo tutti eterosessuali (quindi normali) finché non ci definiamo e dichiariamo altrimenti. Infatti allora, ma anche fino agli anni 80, la parola ‘normale’ era nemica ed era rifiutata, non solo dal movimento gay lesbico ma da tutti quei movimenti culturali, antirazzisti, intellettuali, di donne, ecc. che non si ritrovavano nella cosiddetta normalità istituzionalizzata.
Che cosa è successo man mano che ci avviciniamo ai giorni nostri, con questo ribaltamento e questo tentativo di fare della normalità la propria tana, tagliando le radici con il dato sovversivo e rivoluzionario del voler costruire e desiderare altro?
Ho cercato di pensare e di ritrovare il periodo esatto in cui nei Pride si è urlato “Siamo diversi? No, siamo normali” e sono risalita al Pride di Napoli del 1996.
Passati gli anni della contestazione con la loro effervescenza politica e culturale, come mai ad un certo punto il movimento omosessuale ha deliberatamente (o forse no? - ce lo dobbiamo chiedere) deciso di diventare discriminatorio all’interno di un movimento discriminato? Ma quale parte del movimento ha voluto questo? Il movimento gay o il movimento lesbico? Cioè, gli omosessuali o le lesbiche?
Io ritengo che siano stati principalmente gli uomini omosessuali a volerlo, come spiega meglio Danielle Charest nel suo intervento che segue. Non c’è quasi nessun passo da fare tra l’omosocialità (cioè la socialità degli uomini omosessuali, già ben costruita e forte essendo loro uomini) e l’eterosocialità. Trovarsi a proprio agio in questa società è per gli uomini un passo più breve che non per le donne.
Ritengo che una parte del movimento gay e lesbico abbia scelto una politica demagogica, andando a toccare temi di facile presa come i diritti e, per quanto riguarda soprattutto le lesbiche, la maternità.
Ho dei dubbi quando all’improvviso vedo tante lesbiche che vogliono diventare madri, che si vogliono sposare, in tutto questo vedo più che altro un condizionamento collettivo.
Molte lesbiche probabilmente non hanno memoria rispetto alle conquiste del femminismo, o al variare del significato attribuito alla maternità da parte delle stesse donne eterosessuali, che hanno acquistato coscienza sul ruolo di madre e tutto ciò che ne deriva. Fra le lesbiche, invece, e non parlo naturalmente di paesi in cui essere lesbiche è estremamente difficile e pericoloso, ma di luoghi come Stati Uniti ed Europa, c’è stata all’improvviso la corsa alla maternità: film, telefilm su come è bello essere madri; associazioni che donavano kit per l’autoinseminazione; rincorsa di amici gay e non per farsi donare sperma, come se l’autodeterminazione delle lesbiche e delle donne passasse attraverso l’ottenimento di una maternità negata. Con questo non dico che non ci siano lesbiche, quindi singolarità, che realmente la desiderano.
Questa piccola parentesi per dire che cosa? Che non tutto ciò che è negato viene analizzato e giudicato con criterio, ma spesso solo perché è negato diventa diritto da rivendicare.
Le rivendicazioni di diritti che caratterizzano quest’ultimo periodo rimangono sullo strato superficiale delle questioni, senza approfondire l’essenza del problema e senza uno sguardo più ampio alla storia e alla memoria del movimento, in tutte le sue ramificazioni. La richiesta dei diritti in questi termini, cioè quale forma principale di rivendicazione e riconoscimento sociale, diventa quindi uno strumento di integrazione piuttosto che di liberazione, ovvero “una nuova gabbia dorata sulla falsa riga di finte libertà che negano ancora una volta l’attenzione alla soggettività e individualità lesbica” .
Abbiamo ascoltato l’intervento di Rosy Paparella e Vinci Fiore per le Desiderandae; dei diritti ci parleranno ampiamente anche Danielle Charest e Simonetta Spinelli. Fuoricampo è, come potete capire, sulla stessa linea, come si può leggere anche nel documento di presentazione del gruppo:
“Nello specifico, riteniamo che limitare la politica dei diritti ad una rivendicazione/riconoscimento di tipo giuridico a partire dal concetto di famiglia vuol dire rinunciare ad un più ampio ripensamento politico, culturale, simbolico e sociale delle categorie quali lesbismo e omosessualità e della stessa eterosessualità. […] Come lesbiche fuoricampo non prescindiamo dal vivere e porci con consapevolezza nel mondo e non possiamo esimerci dal considerare che in un mondo costruito sulla dualità normalità/esclusione esistono altre categorie di esclusi. I diritti hanno tanti colori, tante forme e tante lingue” .
Se Nicole Brossard scrive: “Una lesbica che non reinventa il mondo è una lesbica in via di estinzione” , cosa c’è di reinventato nell’omologarsi a diritti discriminanti verso chi non rientra nella normalità, sia essa gay o eterosessuale?
Ci chiediamo, in questo convegno, come sovvertire il pensiero egemone e ri-scrivere il simbolico. Per tale scopo, Fuoricampo ritiene che la visibilità sia uno strumento fondamentale che può contribuire ad elaborare e costruire un pensiero e una pratica per essere visibile all’interno e all’esterno; riconoscersi, nominarsi lesbiche, significa anche riconoscere di appartenere ad una comunità.
Perché fa paura la nostra visibilità alla società, allo stato, alla chiesa? Perché destabilizziamo il comportamento normale, perché diamo esempio ‘di altro’. Perché è così precaria la sicurezza del normale? Basta un esempio di ‘diversità’ per far venire l’idea… che forse non è esattamente quella prestabilita, la vita da vivere? A quanto pare sì. L’omosessualità privata non ‘danneggia’, non dà ‘fastidio’ – occhio non vede, mente non pensa. Allora, dobbiamo pensare che basta veramente poco per costruire un simbolico dove man mano le nuove o ancora non coscienti popolazioni di lesbiche si rispecchiano; forse basta osare. Mi piace questo termine, osare, i gay osano, forti dell’omosocialità. Le lesbiche osano? Non tutte, anzi poche. Perché? Io credo sia perché molte lesbiche hanno paura di far paura. Eppure è provato che quando portiamo a spasso il nostro essere lesbiche con legittimità, con forza, quando siamo un muro non violabile, un muro che non si attraversa, bene, quando portiamo sfacciatamente il nostro lesbismo con noi, nessuno osa calpestarci. Ma il problema, per la visibilità lesbica, sono solo gli altri? O siamo anche noi stesse? Io propongo di interrogarci sul fatto che una parte della responsabilità della non visibilità possa essere delle stesse lesbiche: di un’omofobia o, ancora meglio, di una lesbofobia interiorizzata.
“Il coming out lesbico - approssimativamente traducibile in ‘uscire allo scoperto’, ‘dichiararsi’, ‘scegliere la visibilità’ –
[…] è pratica disturbante. La lesbica che si dichiara pubblicamente, e si assume la responsabilità politica di quello che è, manda in frantumi la sicurezza del modello unico universale, perché, per il solo fatto di esistere e di rappresentarsi, costringe a fare i conti con la sua pratica di sessualità e con il sapere che quella pratica produce” .
Questo intervento non vuole essere un’insistenza sul coming out, ma un invito ad osare con la nostra immaginazione e creatività. Proprio ad immaginazione e creatività dovremmo affidarci nella ri-scrittura del simbolico.
È importante far uscire il nostro pensiero, il pensiero delle donne e delle lesbiche che hanno elaborato, scritto, studiato, praticato negli anni passati e in questi anni, dando loro riconoscimento.
Questo convegno è importante perché abbiamo portato altro pensiero proprio in questo periodo, quando tra poco ci sarà un Pride in cui tutto è basato sulla richiesta del PACS, togliendo alle realtà gay e lesbiche non integrazioniste il diritto di festeggiare un 28 giugno nell’atmosfera della valorizzazione delle differenze.
Il patrimonio simbolico raggiunto attraverso gli scritti, il pensiero e le voci lesbiche deve poter essere trasmesso ed ‘inquinare’ il pensiero egemone. Creiamo curiosità nelle giovani, ma siamo anche curiose nei loro confronti, perché ricordiamoci che le giovani lesbiche sono il futuro e non bisogna assolutamente trascurare di ascoltarle. Costruiamo socialità lesbica, facciamo sì che ci sia sempre più la possibilità di fruire di strutture e di immagini (produzioni visuali) in cui una lesbica si possa rispecchiare. Tutto questo contribuisce a ricostruire il simbolico, fortificandoci e dando una spinta a continuare a creare. Questo si può già chiamare comunità, una comunità che si fonda anche sulla visibilità.

1 Danielle Charest, Omologazione: i contratti affiliati al matrimonio. Una fuga indietro,
in Lesbianisme et féminisme, L'Harmattan, 2003.
2 Fuoricampo Lesbian Group, Fuoricampo si presenta, Bologna 2003.
3 Ivi.
4 Ivi.
5 Nicole Brossard, La lettera aerea, Estro Editrice, 1990.
6 Simonetta Spinelli, Pratiche disturbanti, in “Marea”, Genova 1999.


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Roma, maggio 2005

 

 

 

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