|
La voce ritrovata
A cura di Rosanna
Fiocchetto
Il libro di
Maria Schiavo "Movimento a più voci - Il femminismo
degli anni Settanta attraverso il racconto di una protagonista"
(Angeli, Milano 2OO2) parte da una sfida: ripensare quel movimento
alla luce del "sapere acquisito negli ultimi decenni".
Il contributo dell'autrice sta nel consegnare alla lettura la
propria esperienza, una storia "vissuta in quegli anni in
cui 'personale' e 'politico' si legarono così strettamente
tra loro", e che quindi oltrepassa i confini del privato.
Sullo sfondo, la sinistra dell'epoca, l'intenso coinvolgimento
di una intera generazione, il fervore intellettuale, la contestazione
degli schemi familiari, sociali, sessuali, culturali.
Maria si vede come una "spadaccina" che cerca "di
rimanere incolume" in questo trascinante e caotico processo
di sperimentazione, di rapida mutazione, di battaglie radicali.
Insegnante e scrittrice, nata a Palermo nel 194O, si è
trasferita a Torino "per amore di una donna, che però
viveva a Parigi", per esserle il più possibile vicina.
Nella città operaia che è il laboratorio della lotta
di classe e della "futura rivoluzione", incontra un'amica
eterosessuale, Adriana, con la quale condivide autocoscienza,
letture, ricerche e tentativi. Personalità coraggiosa,
estrema, impulsiva e contraddittoria, è lei che la incoraggia
a prendere contatto con il
"Fuori!" (Fronte unitario omosessuale italiano), fondato
nel 1971; è lei che la esorta ad uscire dal ruolo di "eterna
mal-aimée" e che infine, a sorpresa, si dichiara lesbica
mettendo in piedi una "comune" mista di donne e omosessuali.
Maria comincia a frequentare anche i primi gruppi femministi torinesi
e milanesi, trovando gli stimoli più interessanti nel "Demau"
e in "Rivolta", soprattutto nelle figure di Lia Cigarini
e di Carla Lonzi. In questo periodo si sente alienata sia rispetto
al fallocentrismo e alla frequente misoginia dei gay, sia rispetto
all'"imperialismo dell'eterosessualità" e alle
"sue spinte onnivore, che mi disturbavano". Il suicidio
di Adriana segna un "violento spartiacque" nel percorso
di Maria: rompe i legami con il "Fuori!" e si "innamora"
del gruppo francese "Psychanalyse et Politique", dominato
dal carisma di Antoinette Fouque. Ne diventa la "mediatrice"
e la traduttrice nell'incontro con le italiane e, in un primo
momento, ne condivide la teoria dell'"omosessualità
politica", che pure era rivendicata solo a livello simbolico
ed escludeva la pratica lesbica. Spera infatti che questa teoria
possa indirettamente contribuire a spazzar via "il marchio
storico che si portava dietro il lesbismo, la sofferenza che spesso
l'accompagnava per la difficoltà di viverlo socialmente",
anche se "mi rendevo conto confusamente che l'omosessualità
di cui parlava Psychanalyse et Politique non aveva molto a che
fare con la mia". Spiega Maria: "Quel che mi sedusse
anche, nel gruppo francese, fu che finalmente gli uomini non erano
più il centro del discorso femminile, come era stato spesso
nell'autocoscienza, e che le donne, la vita fra donne, i rapporti
fra loro, diventavano il principale soggetto". Perciò
chiude gli occhi sulle sue incongruenze, sul razzismo più
o meno velato che esso esprimeva nei confronti delle lesbiche
visibili, sulla dipendenza dalla psicoanalisi, sul divismo di
Antoinette. Abita per due anni in una comune di sole donne, allaccia
numerose amicizie, cerca di esorcizzare il fantasma di Adriana,
partecipa al Collettivo Femminista Torinese di via Lombroso.
Il ritratto che Maria Schiavo fa di questo contesto, composto
da femministe radicali, emancipazioniste di sinistra e "doppio
militanti" extraparlamentari, ha molte analogie con l'"Autoritratto
di gruppo" (Giunti, Firenze 1988) di Luisa Passerini, e ne
complementa la testimonianza da un punto di vista diverso: la
soggettività lesbica, con le sue particolari fragilità,
i suoi bisogni o, semplicemente, i suoi sogni. E a partire da
questa soggettività riflette anche la disillusione del
rapporto con un femminismo che, pur incitando all'identificazione,
nega l'eros tra donne, "rifiutando sin dall'inizio qualsiasi
legame con il lesbismo, concedendogli solo una possibilità
di occulta protezione, di ambiguo mimetismo fra le sue pieghe".
Il movimento lesbico degli anni Ottanta-Novanta si svilupperà
proprio per superare questo limite, ma esso non è oggetto
della rievocazione di Maria Schiavo, circoscritta a quegli anni
Settanta in cui il rafforzamento delle donne come gruppo sociale
imponeva il sacrificio delle differenze. Di questo sacrificio
Maria esprime a tratti il disagio e le ferite (così disinvoltamente
sottovalutati o ignorati dalle "sorelle"), come "perdita
di un'immagine di me libera", o come "la sensazione
imbarazzante di un che di segreto e fuorilegge di cui mi vergognavo
di fronte a loro". Nell'esperienza di "pratica dell'inconscio"
e di "analisi selvaggia", il disagio diventa esplicita
contraddizione. Maria se ne assume la corresponsabilità,
a posteriori, in una incalzante, autocritica sequenza di domande
su "dove collocare" la sessualità lesbica: "Nell'espressione
letteraria? Nell'esperienza umana politicamente indicibile? Era
inesistente, oppure veniva solo nascostamente, come nottetempo,
di soppiatto introdotta nella cosiddetta omosessualità
politica? Eppure era nata molto, moltissimo tempo prima e al di
fuori di ogni movimento (...) Che cos'era? Non ce lo dicemmo.
Non ci interrogammo. Quello avrebbe potuto essere anche all'interno
dell'analisi un momento politico molto importante, un momento
di ricerca della verità, al di là dell'ideologia.
Non diceva così il nostro progetto iniziale? Avrebbe potuto
essere uno dei modi più eversivi di mettere in discussione
quanto sul lesbismo aveva teorizzato la psicoanalisi; o se non
sul lesbismo in particolare, sulla sessualità femminile
in generale, poichè esso ne faceva parte. Invece quella
domanda si impantanò nel non detto, anche per colpa mia.
Io non ebbi la forza, il coraggio, la chiarezza mentale, di affrontare
a quel punto un discorso del genere". A distanza di tempo,
Maria riconosce che questa autocensura ha rappresentato la frattura
"dello stretto rapporto materiale fra personale e politico,
del tessuto emotivo, passionale, che aveva caratterizzato quegli
anni. In questo senso, io credo, c'è stata una grossa perdita,
anche se il guadagno nel simbolico è stato grande, forse
troppo grande, se ha occultato le esperienze materiali che lo
hanno reso possibile. E' come se ciò avesse in parte fatto
ricadere il pensiero della differenza negli stessi errori che
avevamo tanto criticati in quello maschile (...) E ciò
costituì, in un certo senso, una sconfitta politica, perchè
fu come se non avessimo potuto attraversare politicamente l'amore".
La fondazione della Libreria delle Donne di Torino, nel 1977,
segna per Maria, e non solo per lei, il passaggio alla "pratica
del fare". Anna Rita Calabrò e Laura Grasso, analizzando
lo spostamento dalle manifestazioni di piazza (ormai impraticabile,
negli "anni di piombo"), dai gruppi di autocoscienza
e dai collettivi di "self-help", ad altre strategie
di lotta, coordinate in parecchi convegni, hanno parlato di una
svolta "dal movimento femminista al femminismo diffuso".
L'obbiettivo di molte, in quella fase, diventò infatti
la creazione di una rete di spazi e progetti associazionistici
permanenti, in funzione di servizio, supporto culturale o trasmissione
politica. "C'era per certi versi una sorta di sollievo in
quell'attività pratica, rispetto alle complicazioni della
parola, si aveva in quel modo la sensazione di 'essere', di trasformare
la realtà, di far nascere un nuovo mondo di relazioni femminili.
In questo senso, la pratica del 'fare' aveva un effetto benefico
sui dubbi, sulle personali malinconie, sulla solitudine. Ma per
altri versi era infida: aveva un effetto distraente. Non poteva
da sola risolvere le differenze tra noi, che (...) non avrebbero
tardato a farsi sentire".
Infatti, nel 198O, il gruppo fondatore della Libreria torinese
si scinde, dopo uno scontro lacerante sulla legge contro la violenza
sessuale. Chiuso questo luogo, disgregatasi la comune abitativa,
finita la situazione di "intensa coralità" in
cui era riuscita ad esprimersi pubblicamente, Maria diventa afasica,
non riesce più a parlare. "Quello che era stato un
movimento (di donne) cominciava a fissarsi, tramite affermazioni
dogmaticamente ideologiche, in qualcosa che lo destinava a trasformarsi
in un'istituzione, dove la politica ridiventava un elemento predominante,
non più in stretto contatto con la voce personale di ogni
donna che vi partecipava ed era in grado di verificarla in relazione
alla propria soggettività, ma dove anzi quest'ultima veniva
ridimensionata come insignificante rispetto al momento politico
che, in un modo che in passato avevo conosciuto e istintivamente
disapprovato, era di nuovo l'unico capace di produrre senso".
L'esaurimento della prospettiva rivoluzionaria la deprime fino
al silenzio, al ritiro. Incapace di accettare il "nuovo realismo
politoc" degli anni Ottanta, l'adattamento ad una situazione
di "restaurazione" e di conflitti, è fortemente
polemica nei confronti della "linea milanese", che accusa
di allinearsi ad "una logica di mercato" e di rinchiudersi
nella "mirabile fortezza" della teoria dell'affidamento
e della "Madre simbolica". Si descrive così:
"Me ne stavo sempre più isolata, come sul cocuzzolo
di una triste montagna (...) Ricominciavo dolorosamente da zero,
ma senza rinnegare nulla di ciò che avevo fatto".
Persa la voce, si rivolge alla scrittura.
Dopo "Macellum, storia violenta di donne e di mercato"
(La Tartaruga, 1979), Maria Schiavo ha pubblicato "Margarethe
von Trotta, ovvero l'onore ritrovato" (Aiace, 1981), "Discorso
eretico alla Fatalità" (Giunti, 199O; Actes Sud, 1995),
"Amata dalla luce, ritratto di Marilyn" (Quaderni di
via Dogana, 1996; Tre Lune, 1999), articoli e racconti, fra cui
il bellissimo "Due fedeli di religione ancora oscura"
(in AA.VV, "Racconta", La Tartaruga 1989); ha curato
la raccolta di lettere di Madame de Sévigné "Alla
figlia lontana" (Editori Riuniti, 1993). E adesso la voce
ritorna in questa "lettura d'archivio" che è
anche un romanzo-verità, nato dalla speranza che la sconfitta
sia "non definitiva", ma anche dalla "consapevolezza
lacerante che tantissimo tempo era passato, e che continuare a
tacere su quelle cose che avevo direttamente vissute (...) era
da parte mia un modo di contribuire ad affossare quanto mi era
stato più caro". Così "quel passato, che
avevo così a lungo creduto di proteggere col silenzio",
si rimette in movimento nella memoria, trova nuova comprensione
e "il respiro del significato".
Recensendo "Movimento a più voci" sulla rivista
"Leggendaria" ("Storia e autodafé",
n.37, febbraio 2OO3), Paola Di Cori si chiede in via preliminare
"come mettere in piedi un lavoro di ricerca e di interpretazione
che sia in grado di restituire oltre alla sequenza degli eventi,
un insieme di pratiche profondamente radicate nell'oralità,
nella gestualità, nel corpo, nelle relazioni interpersonali,
nell'affettività, nella sessualità". E prosegue:
"Tentare di ricostruire la storia del neo-femminismo (...)
è infatti impresa ardua. Per fare questa storia occorre
qualcosa che in genere è estraneo alla ricerca tradizionale:
dar conto anche dei processi di interazione, scambio, proiezione
e identificazione tra protagoniste che agiscono all'interno di
piccoli gruppi. A tutt'oggi le versioni dove l'accuratezza della
ricostruzione sia accompagnata da una riflessione approfondita
sulle dinamiche personali sono praticamente inesistenti. Il libro
di Maria Schiavo costituisce un'importante eccezione". Concordo
con Paola Di Cori sul fatto che non è possibile "fornire
una storia unica" di un movimento tanto variegato e dalle
caratteristiche così "speciali". E che questa
impossibilità, scaturita dai fatti, è una "immensa
conquista" in campo storico; perchè chiama alla parola
e all'interpretazione un soggetto plurale, restituendo legittimazione
alla molteplicità delle storie, più che all'omologazione
della storia. Inoltre, Di Cori manifesta anche la capacità
solidale di cogliere e di riconoscere la dimensione di coraggio
del testo di Maria Schiavo come ricostruzione di comportamenti,
modelli e "momenti cruciali della cultura lesbica italiana".
Quest'ultimo tema viene ripreso da Ferdinanda Vigliani in un'altra
recensione ("Leggere Donna" n. 1O2, gennaio-febbraio
2OO3), ma con un taglio critico: "Se l'omosessualità
fosse sufficiente a sottrarre simbolicamente la donna al dominio
patriarcale, tutto sarebbe troppo facile. (...) E se per una volta
noi fossimo capaci
di scambiare amicizia, comprensione, conforto ? Niente di troppo
passionale. Roba tranquilla, che lascia il cervello libero di
fare il suo lavoro. Perchè noi di questo abbiamo bisogno,
mi sembra: di poter lavorare in santa pace. Senza troppe passioni
a farci patire ". Il coraggio è contagioso, ma evidentemente
non per tutte. Per Ferdinanda certamente no. Eppure, come affrontare
senza un grande coraggio personale, senza passione, senza amore
di sè e delle altre, i nuovi e giganteschi problemi di
cui parla Maria Schiavo nell'introduzione al suo libro, dal dilagante
commercio delle donne e delle bambine "di tutti quei paesi
colpiti dalle guerre e dalla miseria" al biosfruttamento
e all'ingegneria genetica? Come affrontarli senza unità?
E come praticare l'unità senza comprendere, rispettare,
rendere comunicabili e comunicanti le nostre individualità
e le nostre differenze, scegliendo il libero confronto e la coesistenza
invece dell'antagonismo e della negazione? Il bilancio che Maria
traccia del suo rapporto con Adriana è amaro: "Eterosessualità
ed omosessualità, vuote parole, ma anche marchi patriarcali
sui nostri corpi, non facilmente cancellabili, ancora una volta
ci avevano divise". Ma la strada-che-non-divide non è
certo quella dell'olocausto di identità lesbica.
|
|

Maria Schiavo
Nata a Palermo nel 1940. Ha fondato con altre nel 1977 la Libreria
delle donne di Torino. Oltre adarticoli e racconti, ha pubblicato:
Macellum, storia violenta di donne e di mercato (La Tartaruga,
1979); Margarethe von Trotta, ovvero
l'onore ritrovato (Aiace, 1981 Discorso eretico alla Fatalità
(Giunti, 1990 , Actes Sud, 1995). Nel 1993 ha curato una raccolta
di lettere di Madame de Sévigné, Alla fìglia
lontana. Lettere 1671-1690 (Editori Riuniti, 1993). Nel 1996,
nei Quaderni di via Dogana, è apparso Amata dalla luce,
ritratto di Marilyn, ristampato nel 1999 dalla casa editrice
Tre Lune.
Rosanna
Fiocchetto
Nata a Roma nel 1948, è
stata una delle più importanti attiviste per la formazione
del movimento lesbico separatista romano, nel 1980 ha fondato
con altre lesbiche il gruppo Identità Lesbica, ha contribuito
ad organizzare il secondo convegno lesbico a Roma nel dicembre
del 1981, e poi successivamente la Prima Settimana Lesbica a
Bologna. E' stata una delle fondatrici del C.L.I. (Collegamento
Lesbiche Romane) pubblicando un Bollettino mensile, del Centro
Femminista Separatista e degli Archivi Lesbici Italiani struttura
che raccoglie documenti, pubblicazioni e altri materiali italiani
e stranieri sul lesbismo. E' stata una delle fondatrici della
libreria delle donne Al Tempo Ritrovato a Roma. Dal 1985 al
1993 ha co-gestito con Liana Borghi la casa editrice lesbica
Estro. Ha pubblicato articoli in numerose riviste italiane e
straniere, recensioni e articoli su varie riviste
on-line. Saggi, Come eravamo, Savelli 1976; L'amante celeste,
Estro Editrice 1987; Italien der Frauen, Frauenoffensive 1988;
poesie Poeresia, CLI 1987; Scritture, scrittrici, Longanesi
1988, racconti nella rivista Effe, in Cosmopolis Urban Stories
by Women,
Cleis Press 1990 e in Principesse azzurre 1, 2 e 3, Mondadori
2003-5.
Altri articoli
di Rosanna Fiocchetto su questo sito:
Il
Takarazuka e l’estetica butch-femme
La voce ritrovata
Autoritratto
di gruppo con signore
La terza
volta delle Principesse
Fenomenologia
e pratica della rabbia - Amazzoni di ieri e di oggi
Gli
omosessuali nell'Italia fascista
L'eredità
di Monique Wittig
L'invenzione fascista del
nemico
|