Quali Amazzoni?
Quando dico "Amazzone", non mi riferisco alla
figura dell'Amazzone come costruzione mitica maschile,
come stereotipo patriarcale.
Questo stereotipo ha un doppio aspetto. Il primo aspetto
è l'immagine diffusa dai padri della storiadilui,
da Erodoto a Diodoro Siculo (1). Il loro racconto delle
Amazzonomachie, le guerre patriarcali contro le Amazzoni,
copre un periodo di circa cinquemila anni e sviluppa il
cliché delle guerriere sanguinarie e dominatrici,
che utilizzano sessualmente gli uomini e poi li soggiogano
o li uccidono, bramose di potere, conquistatrici. Questa
immagine ha attraversato i secoli come un sex symbol sadomasochista,
è dilagata sugli schermi cinematografici e televisivi,
poi sugli schermi di Internet: è funzionale alle
fantasie eterosessuali e al loro intreccio ripetitivo
di dominio e sottomissione.
Nel secondo aspetto, l'Amazzone sconfitta nella sua indipendenza
lega il suo destino a quello dei nuovi padroni. Diventa
una suddita armata al servizio dei padri e dei fratelli.
Da Athena a Giovanna d'Arco, dalle guerriere del Dahomey
(2) alla scorta tutta femminile del dittatore libico Gheddafi,
viene arruolata nelle imprese militari e politiche maschili.
Abbandona la magia misterica della labrys, la doppia ascia
lunare (3), per le armi falliche.
Vi propongo, invece, un incontro ravvicinato con un terzo
tipo di Amazzone. La sua esistenza/resistenza e la sua
lotta costituiscono una vera minaccia all'ordine patriarcale
e fratriarcale (4). Questa Amazzone del terzo tipo demolisce
completamente il concetto del mondo che ha prevalso in
cinquemila anni di sperma (5). Questa Amazzone non viene
descritta, ma descrive; non si unisce ai colonizzatori,
ma se ne separa. Questa Amazzone si unisce ad altre Amazzoni,
crea comunità di donne, è animata da un
movimento ontologico partenogenetico. La fonte della sua
forza è la rabbia vulcanica che può sprigionare,
che può liberare dalla prigione dell'addomesticamento
senza paura dell'eccesso, dichiarando se stessa "infedele
alla civiltà" (6). Le sue magiche grida di
battaglia hanno il potere di paralizzare i nemici. Questa
Amazzone vive dentro ognuna di noi. E sta a noi evocarla
e risvegliarla.
Rabbia e separatismo
Dunque, la rabbia. Gli uomini hanno un sacro terrore
della rabbia delle donne, e per questo cercano di indurci
a reprimerla e a soffocarla, con strumenti che vanno dall'educazione
all'intimidazione. I miti che stanno alle fondamenta della
cultura patriarcale occidentale manifestano chiaramente
questo terrore in molte rappresentazioni simboliche: le
Erinni (dal greco "le furiose"), chiamate anche
Furie, Dirae (in latino "le maledicenti"), Maniae
("le folli"), Praxidikae ("le persecutrici");
le Gorgoni, le Graie, le Arpie, la Nemesis. Le Erinni
erano emanazioni della triplice dea nel suo aspetto di
giustiziera e di vendicatrice, la Dike ("la Giusta",
che oggi potremmo pronunciare Dyke...). Guidate dalla
dea Necessità, Ananke, esse avevano la capacità
di maledire e di perseguitare chi si era reso colpevole
di violazione dell'originario diritto matriarcale; iniettavano
un veleno spirituale che i greci chiamavano miasma e che
spingeva all'autodistruzione. Venivano raffigurate con
occhi iniettati di sangue, capelli di serpenti, ali di
pipistrello, talvolta con teste di cagne; spesso brandivano
torce, fruste o rettili, e in qualche caso collaboravano
con le Arpie. Tale era il terrore che le Erinni incutevano
ai greci, che essi cercarono di blandirle e di esorcizzarle
evitando di chiamarle con il loro nome, al quale sostituivano
vari eufemismi: le Semnai ("le venerabili"),
le Potniae ("le splendide"), le Eumenidi ("le
benevole"). Le Gorgoni in origine erano una tribù
di Amazzoni nordafricane, più tardi "mitificate"
e ridotte a tre sorelle nel mondo greco. La rappresentazione
di una di esse, la Medusa anguicrinita, è un simbolo
del potere femminile presente in tutto il Mediterraneo,
nel mondo etrusco, e fino alle steppe russe; rimane incisa
sullo scudo della dea greca Athena e della Minerva romana.
E' una rappresentazione connessa al culto africano della
Dea Serpente. Le sue sacerdotesse, le Pizie nere, davano
oracoli vestite di pelli di pitone e brandendo serpenti
e doppie asce, un tema poi diffuso nell'età del
Bronzo a Creta e in tutto il mar Egeo.
C'è un elemento fondamentale che va sottolineato:
queste donne tremende agiscono insieme, in trinità,
in gruppo, in tribù. Sono così minacciose,
così spaventose, perchè, come ha osservato
Adrienne Rich, "il legame tra donne è la forza
più temuta, più problematica, la forza col
più alto potenziale di trasformazione del nostro
pianeta" (7). Non a caso la cultura lesbica e femminista
radicale che si è sviluppata a partire dal 1970
si è identificata proprio in questi archetipi,
archetipi negativi da un punto di vista patriarcale. Questa
controcultura ha reso pubblicamente visibile l'equazione
"rabbia = separatismo" nel nome dei suoi gruppi
e delle sue iniziative, come "The Furies Collective"
di Washington, "Le Nemesiache" a Napoli, "The
Gorgons" di Seattle, le pubblicazioni "Dykes
and Gorgons", "The Amazon Analysis", "Amazones
d'hier, lesbiennes d'aujourd'hui", "Labrys"
e molte altre, per non parlare dei tanti bar e librerie
intitolati ad Artemide o a Lilith (8). "Noi siamo
i miti. Noi siamo le Amazzoni, le Furie, le streghe...
Noi siamo già state noi stesse", ha scritto
Robin Morgan (9).
Il tema della rabbia, vissuto esplosivamente da un'Amazzone
solitaria come Valerie Solanas nel suo "SCUM"
del 1967 e nell'attentato ad Andy Warhol, è stato
presente come arma politica vitale sin dai primi "manifesti"
del movimento lesbico femminista. Le "Radicalesbians"
nordamericane aprivano così "The Woman Identified
Woman", la loro dichiarazione di lotta del 1970:
"Una lesbica è la rabbia di tutte le donne
condensata fino al punto di esplodere". E il documento
di nascita del collettivo "The Furies", nel
1972, si concludeva con questa affermazione: "Per
le donne cinesi i cui piedi sono stati legati e storpiati;
per le Ibibos dell'Africa la cui clitoride è stata
mutilata; per ogni donna che è stata stuprata fisicamente,
economicamente, psicologicamente, noi prendiamo il nome
delle Furie, dee della vendetta e protettrici delle donne".
(10)