Fenomenologia e pratica della rabbia - Amazzoni di ieri e di oggi
Intervento di Rosanna Fiocchetto al:

Fenomenologia della rabbia nella teoria lesbica

Il fatto che l'espressione della rabbia rappresenti un vero e proprio tabù individuale e sociale per la maggior parte delle donne, e che essa sia un "interdetto di pensiero" (11), ha spinto parecchie scrittrici, filosofe e studiose lesbiche ad analizzare la sua fenomenologia e la sua pratica personale e politica. Marilyn Frye ha osservato che l'uso della rabbia viene permesso alle donne solo in difesa degli altri, non in propria difesa, e che "espandere il raggio della propria rabbia intelligibile significa cambiare il proprio posto nell'universo"; per noi, dunque, "la rabbia può essere uno strumento di cartografia" (12). La poeta Audre Lorde si presentava in questo modo: "Sì, sono Nera e Lesbica, e ciò che sentite nella mia voce è furia, non sofferenza" (13). Lorde, nelle bellissime "Poems for Women in Rage" (14) e in alcune conferenze, ha evidenziato il potenziale rivoluzionario della rabbia nei confronti di un contesto sessista, razzista ed eterosociale. Ha anche messo a fuoco gli effetti della sua repressione nel rapporto tra donne: "La rabbia che sentiamo illecita o ingiustificata viene tenuta segreta, senza nome, e preservata per sempre. Siamo piene di furie, contro noi stesse, le une contro le altre..."(15). Quindi, sosteneva Lorde, dobbiamo imparare a "orchestrare le furie" perchè non ci dividano, a indirizzare con precisione contro le oppressioni personali e istituzionali questo "arsenale ben immagazzinato" che sta dentro di noi come un congegno inesploso, perchè esso, tradotto in azione, "può diventare una potente fonte di energia funzionale al cambiamento". Si tratta di un atto di chiarificazione liberatorio e corroborante, a proposito del quale Lorde affermava: "Ogni discussione tra donne deve includere il riconoscimento e l'uso della rabbia. Questa discussione deve essere diretta e creativa perchè è cruciale (...) La mia reazione al razzismo è la rabbia. Ho vissuto con questa rabbia per la maggior parte della mia vita, ignorandola, nutrendomi di essa, imparando ad usarla prima che essa devastasse le mie visioni. Una volta lo facevo in silenzio, timorosa della responsabilità. La mia paura della rabbia non mi ha insegnato nulla. La vostra paura di questa rabbia non insegnerà nulla neanche a voi" (16).

La teologa e filosofa Mary Daly vede nella rabbia una manifestazione non solo immanente, ma anche trascendente: è "la furia del nostro proprio genere contro i padrini che hanno bruciato le nostre antenate come streghe durante il cosiddetto 'rinascimento'", una rivolta creativa in cui diventiamo "sorelle pirotecniche che costruiscono il fuoco nutrito dalla furia" (17). Per Daly la rabbia è un'esplosione di "ginergia", di energia femminile, che ci consente di uscire dallo Stato di Depressione e di Mummificazione che è lo stato normale nel patriarcato. E' una metamorfosi attiva che attraversiamo trasformando il nostro modo di pensare, di sentire e di agire, e che ci consente di liberarci dalla pseudovirtù della "victimhood" per acquistare "le Virtù/Vizi Vulcanici di una Virago" (18).

E' una forza che, rispondendo al richiamo del selvaggio e del non-addomesticato in noi, comporta il risveglio dei sensi e delle emozioni anestetizzate, sguinzaglia la passione. Per significarne l'insorgere e la pratica, Daly inventa le espressioni "pirogenesi" e "piromachia", e definisce "piromagnetismo" l'"attrazione reciproca di donne-drago che respirano il fuoco". Chi sono queste "draghe"? Sono le donne che si situano "al di là del compromesso" e vivono "nella tradizione delle Furie, rifiutando di venire indotte a mettere da parte la nostra rabbia per quella mutilazione primordiale che è la separazione ontologica della madre dalla figlia, della figlia dalla madre, della sorella dalla sorella" (19). Anche nella sua opera più recente, "Quintessence", Mary Daly ribadisce che "la Giusta Rabbia, il sentimento più adatto alla realtà presente", è un indispensabile carburante creativo per compiere quei ripetuti "atti di Coraggio Oltraggioso" grazie ai quali possiamo realizzare l'utopia, aprendo il circolo vizioso delle recriminazioni, del dolore e della paura in una spirale di speranza (20).
Il ruolo di percezione politica e la natura cognitiva della rabbia sono state analizzate da un'altra filosofa lesbica, Sarah Hoagland, nei termini di giudizio etico: "Quelli che dominano censurano la rabbia delle subordinate per mandare in corto circuito i loro giudizi politici e morali. Questo significa che arrabbiarsi è un modo di sfidare il rapporto dominante/subordinata, e che la rabbia può trasformare la coscienza (...) La rabbia come emozione non è indipendente dalla ragione (...) Capiamo a molti livelli che la rabbia è politica. Insieme con l'amore e il desiderio, è stata la principale fonte di movimento nell'emergere del lesbismo, della prospettiva e dei progetti lesbici (...) Il nostro desiderio lesbico e la rabbia per l'oppressione hanno alimentato ciò che esiste ora come comunità lesbica" (21).
Gloria Anzaldùa, scrittrice chicana patlache (cioè lesbica in lingua Nahuatl), vede così la paralisi storica del furore reattivo delle donne: "Bloccate, immobilizzate, non possiamo muoverci in avanti, non possiamo muoverci all'indietro. Quel movimento contorto da serpente, il movimento stesso della vita, più veloce del lampo, è congelato". E, nella poesia "Canciòn de la diosa de la noche", canta: "Sono pazza / ma scelgo questa pazzia../ Avvolta in pelle di pantera/ suono i cimbali che rendono pazze. / Mi libero di nodi e ornamenti, / pronuncio il primo no.../ Indossiamo il mantello piumato / e andiamo alla carica del nostro destino." (22)

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