Fenomenologia e pratica della rabbia - Amazzoni di ieri e di oggi
Intervento di Rosanna Fiocchetto

La pratica politica e sociale della rabbia

Il movimento di liberazione delle donne e delle lesbiche ha quindi sempre individuato nella nostra rabbia (mostrificata, criminalizzata, o tabuizzata dagli uomini) un prezioso strumento di coscienza e di ribellione. Non lasciarci espropriare di questo strumento è particolarmente importante oggi, in tempi di patrifratriarcato neoliberista, poichè ci troviamo ancora una volta di fronte, come in un brutto film già visto, ad una situazione in cui è estremamente necessario attivare tutte le nostre capacità di resistenza e di rivolta. La rabbia è contagiosa, come la libertà. Dobbiamo espandere il contagio, senza rassegnarci a una realtà repressiva e depressiva, senza pensare che essa non possa essere cambiata, per quanto improbabile questo possa sembrare: perchè solo quando tentiamo l'assurdo possiamo ottenere l'impossibile.
Le case editrici maschili, soprattutto quelle americane, in questa "età della terapia" hanno ricominciato a pubblicare manuali indirizzati alle donne su come "gestire" e sublimare la rabbia, presentandola come una "emozione distruttiva" da tenere sotto controllo. Ma la nostra vera terapia è accoglierla come una messaggera che porta il desiderio di cambiamento nella nostra vita, come una maestra che ci insegna a identificare i problemi e le responsabilità e a sviluppare la nostra autoprotezione, come un'alleata che mobilita in noi l'energia necessaria a rispondere a una minaccia e a combattere l'ingiustizia personale e sociale. La rabbia è un dono della dea. Ed è tatuata in noi, è inscritta nel nostro corpo.
L'etnologa Victoria Katherine Burbank ha studiato una comunità aborigena australiana, Mangrove, dove le bambine vengono iniziate dalle donne adulte agli atti aggressivi: non come vittime che si difendono, ma come protagoniste di un attacco. Questo tipo di iniziazione dapprima è stato per l'etnologa un vero e proprio "choc culturale", che contraddiceva il suo stereotipo del "sesso pacifico" che "reagisce" ma non "agisce" l'aggressione. Burbank riferisce che le aborigene parlano spesso di storie di aggressioni e di lotte. Chiamano wungari il vero e proprio combattimento fisico, in cui utilizzano appositi bastoni, i nulla nulla, mentre gula è la parola usata per definire un'aggressione fisica minore, oppure verbale. Le donne agiscono il 61% delle aggressioni che si verificano nella comunità, più frequentemente contro gli uomini e spesso solo per uno sguardo che a loro non piace. Osservando le Mangroviane, Burbank ha notato che "quando le donne prendono l'atteggiamento di chi aggredisce, sperimentano l'aggressione in modo diverso dalle donne che la sperimentano primariamente come vittime". Aggiunge che in tutti i gruppi sociali il risultato della repressione della rabbia è la cosiddetta "violenza orizzontale" e che, in 317 società umane, nel 91% le donne attaccano altre donne attraverso l'ostracismo, la violenza verbale e l'ostilità, rafforzando così il potere patriarcale. E conclude: "Ciò che ho imparato dalle donne a Mangrove è: le donne possono essere aggressive, e nell'essere aggressive, potenzialmente aumentano se stesse invece di diminuirsi". (23)

Una lunga storia di arrabbiate: materializzazione di un mito
Storicamente, la rabbia ha nutrito una lunghissima resistenza delle donne alla colonizzazione patriarcale, anche se nelle scuole e nelle università dei colonizzatori non abbiamo certo occasione di conoscerne l'entità, nè di avere un'idea della durata, dell'estensione e delle progressive modificazioni delle civiltà matriarcali E, tra l'altro, continuiamo a parlare di matriarcato e di patriarcato al singolare (anzichè al plurale), come se si trattasse di una transizione rapida e improvvisa, e non di un processo conflittuale che ha assunto varie forme, e che non è ancora concluso. L'archeologa lituana Marija Gimbutas ha dimostrato che, dopo una lunghissima civiltà matriarcale incentrata sul culto della Grande Madre e documentabile almeno dal 30.000 a.C., il patriarcato è stato introdotto nell'antica Europa da due successive ondate di invasori Kurgan, pastori nomadi provenienti dalle steppe asiatiche, a partire dal 4.300 a.C. (24). Tra la prima e la seconda ondata di colonizzazione (3.000 a.C.) vanno collocate le radici del mito delle Amazzoni.

La mitologia e la storia greco-romane sono state elaborate e interpretate da maschi del tutto inattendibili, ma traumatizzati da eventi ancora abbastanza recenti. Attraverso di esse conosciamo più di cento nomi di Amazzoni; sappiamo che fondarono e abitarono città, grandi regioni, isole di sole donne; conosciamo il loro abbigliamento, le loro armi, i loro culti di divinità femminili. E il "mito" ha continuato a materializzarsi. Si è improvvisamente materializzato nel 1542, mentre in Europa si bruciavano le streghe, durante la spedizione esplorativa nell'America del Sud dello spagnolo Francisco de Orellana, messa in fuga da una schiera di guerriere armate di archi che crivellarono di frecce i brigantini dei conquistadores, sbucando dalla foresta lungo quel grande fiume che, per questo, venne chiamato Rio delle Amazzoni. Per inciso, questo episodio è stato descritto dal religioso Gaspar de Carvajal, che accompagnava la spedizione del 1541-2 come cronista e testimone oculare, e che per l'appunto perse un occhio, trafitto da una freccia, durante l'assalto delle Amazzoni.
Il mito si è materializzato nelle ricerche di studiose dapprima isolate e che disponevano di pochi strumenti di confronto, come Helene Diener (25); e poi, dopo il femminismo e lo sviluppo dei "women's studies", nel lavoro incrociato e interdisciplinare di archeologhe, storiche, etnologhe. Si è materializzato, allargando la mappa dei territori amazzonici, con i ritrovamenti archeologici degli ultimi decenni in Turchia, in Russia, in Cina, alla frontiera del Kazakhstan, in Ucraina, in Siberia, che hanno portato alla luce centinaia di tombe di Amazzoni sepolte con le loro armi: la datazione delle tombe copre un periodo che va dall'età del bronzo al primo medioevo (26). Sappiamo che sotto la maschera del mito patriarcale stanno non soltanto Amazzoni guerriere realmente esistite, ma anche comunità di sole donne che hanno vissuto e sopravvissuto sia in un contesto eterosociale, sia al di fuori di questo contesto o prima di esso.
Il lavoro della studiosa tedesca Heide Goettner-Abendroth ci ha offerto preziose informazioni sulle società matriarcali e matrilineari nel corso della storia fino all'età moderna, e su quelle tuttora esistenti, insieme ad un dettagliato studio delle Mosuo cinesi, un popolo matriarcale di quindici milioni di abitanti che miracolosamente è riuscito a sopravvivere in un remoto altopiano dello Yunnan, e che ancora oggi resiste alle pressioni del governo e del turismo (27). Inoltre, da numerosissime ricerche etnologiche e antropologiche su culture locali sono emerse testimonianze rivelatrici.
In Italia, uno dei casi più interessanti per la sua estensione nel tempo è il matriarcato barbaricino in Sardegna (28). E anche sui monti più isolati della Calabria, tra il 1850 e il 1890, vivevano ancora le "sbraie", una comunità di sole donne che avevano fama di maghe. Un'anziana vedova di un paese vicino, intervistata da un etnologo alla fine dell'Ottocento (29), riferiva un canto locale: "chi fuocu ardenti, femmini ccu fimmini! chi furori!" (che fuoco ardente, donne con donne! che furore!). E raccontava che le "sbraie" erano "forti cumi Lucifero" (forti come Lucifero) e che potevano guarire le malattie delle donne restando a letto con loro per otto giorni. Il liquido emesso dalla "sbraia" in questa occasione risanava l'inferma: "è simenta fuornici sbraiata, è acqua chi sane e chi ristore, è iazzu chi stute lu furori, è fuocu chi l'acqua ti addissicche; biniditta chini l'ha criata, biniditta a' donna chi la tene" (è seme di sbraia, è acqua che sana e che ristora, è gelo che spegne i furori, è fuoco che l'acqua ti dissecca; benedetta chi l'ha creata, benedetta la donna che ce l'ha).
Ma, tornando al mito delle Amazzoni, esso si è materializzato anche nelle due successive ondate del movimento femminista e lesbico nel XX secolo, e continua a materializzarsi nel nuovo millennio con la nostra vita, con le nostre lotte, ogni volta che NOI ci materializziamo. Nel peggiore dei futuri possibili - un futuro distopico in cui continuasse a prevalere la cancellazione patriarcale - potremmo diventare anche noi, con i nostri concreti e viventi corpi lesbici, un mito immateriale, che altre donne dovranno configurare in realtà, di cui dovranno dimostrare l'esistenza? E si tratterebbe anche per noi di un mito distorto, da decifrare traccia dopo traccia, come quelli delle Amazzoni africane ed euroasiatiche, delle Americhe e delle isole del Pacifico? Come le Amazzoni di ieri, noi Amazzoni di oggi subiamo la sottrazione violenta dell'identità. Molte di noi hanno espresso ed esprimono giustamente la nostra rabbia per questa sottrazione violenta con un'affermazione radicale, rifiutando la visibilità moderata e il camaleontismo dell'integrazione.

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