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L'eredità di Monique Wittig
Di Rosanna Fiocchetto
Contributo a > "On Monique Wittig - Theoretical,
Political, and Literary Essays", a cura di Namascar Shaktini,
University of Illinois Press, Urbana e Chicago 2005.
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Pubblicata
da University of Illinois Press e curata da Namascar Shaktini,
"On Monique Wittig - Theoretical, Political, and Literary
Essays" è la prima antologia in lingua inglese
che raccoglie vari contributi critici sull'eredità
creativa lasciata dalla geniale e controversa scrittrice
lesbica (1935-2003) nata in Francia e poi emigrata negli
Stati Uniti. La curatrice sintetizza nell'introduzione il
suo apporto essenziale: "Ci ha fatto vedere ciò
che non avevamo visto prima - che l'eterosessualità
è un regime politico, che le categorie del sesso,
uomo e donna, sono inerentemente oppressive, e che l'appropriazione
maschile dell''universale' è un atto criminale".
Il libro si apre con tre preziosi testi della stessa Wittig:
il manifesto "Per un movimento di liberazione delle
donne" del 1970 (firmato insieme a Gille Wittig, Marcia
Rothemberg e Margaret Stephenson; e le postille ai propri
romanzi "Le guerrigliere" e "Il corpo lesbico".
Seguono i saggi di nove studiose, selezionati dalla curatrice
"per la loro focalizzazione sul rivoluzionario progetto
epistemologico di Wittig: investigare ed esporre il rapporto
di oppressione tra genere sessuale e soggettività
nel linguaggio e nella cultura". |
Il manifesto femminista francese
è di poco precedente alla clamorosa azione pubblica davanti
all'Arco di Trionfo di Parigi, che il 26 agosto 1970 inaugurò
simbolicamente le lotte del movimento, e alla quale Wittig partecipò
portando uno striscione con la scritta "Un uomo su due è
una donna". Nel manifesto la situazione delle donne viene
analizzata in termini di economia politica, come classe non ancora
liberata dal lavoro servile feudale o da una forzata divisione
del lavoro. Divisione che, sostenuta dal marxismo classico come
"naturale", viene qui fortemente contestata e legata
al concetto patriarcale di differenza sessuale. Wittig vede nel
sottrarsi delle donne alla struttura familiare uomo-donna ("senza
di noi non c'è famiglia"), e nel crollo di questa
struttura, la chiave di un profondo cambiamento e della redistribuzione
della ricchezza, insieme alla sconfitta del sessismo. Una rivoluzione
messa in atto da un movimento di donne, perchè "ci
si libera da sè", quando i soggetti coincidono con
se stessi e partono da se stessi: "Nessuna donna è
al di sopra delle donne. Siamo tutte coinvolte".
Le osservazioni letterarie di "Wittig su Wittig" mostrano
sia la sua grande capacità di porsi inventivamente da un
punto di vista critico, sia la sua colta abilità nell'incrociare
il linguaggio letterario e poetico con quello visivo, teatrale,
cinematografico; in breve, il suo sapiente uso dell'intertestualità.
Leggere Wittig che racconta la propria scrittura è altrettanto
affascinante che leggere le sue opere, è come entrare nel
laboratorio di un'alchimista e scoprire i segreti delle sue operazioni
magiche. Acuto e illuminante, lo svelamento delle strategie narrative
di "Le guerrigliere" (1969) - un'"epica moderna"
che è anche una utopia lasciata aperta al dubbio dell'accadimento
- si accompagna ad una rilettura (finora inedita) del romanzo
"Il corpo lesbico" (1973), a proposito del quale Wittig
riferisce: "Con Il corpo lesbico ho affrontato la necessità
di scrivere un libro totalmente lesbico nel tema, nel vocabolario,
nella trama, dalla prima pagina all'ultima, dal titolo alla retrocopertina.
Mi trovavo dunque in un doppio vuoto. Uno era il vuoto che tutte
le scrittrici devono fronteggiare quando cominciano un libro.
L'altro vuoto era di natura diversa. Era l'inesistenza di un libro
simile fino ad allora. Non ho mai vissuto un periodo più
stimolante".
Dopo la prosa nitida e brillante, quasi scolpita nella poesia,
al contempo lucida e visionaria di Wittig, occorre imporsi una
certa autodisciplina per entrare nel linguaggio decisamente più
accademico dei saggi "su Wittig": fatica ricompensata
da interventi intelligenti ed accurati, che mettono a fuoco aspetti
importanti del suo lavoro e soprattutto delle sue finalità
politiche ed espressive.
Lo scritto di Teresa de Lauretis "Quando le lesbiche non
erano donne" sottolinea l'impatto teorico dell'ormai famosa
negazione concettuale wittighiana. L'enunciato che "le lesbiche
non sono donne" (da un punto di vista economico, politico
e ideologico), è stato e continua ad essere traumatico
e scandaloso per molte. De Lauretis esamina il ruolo strategico
di questo enunciato, che tende ad una dis-identificazione dal
"pensiero eterosessuale" per costruire invece un soggetto
lesbico autonomo, in grado di forgiare la propria realtà
individuale e sociale "con una pratica cognitiva basata sull'esperienza
vissuta del corpo". Nasce così "la figura di
un soggetto che eccede la sua condizione di soggezione, un soggetto
in eccesso", e che per de Lauretis si delinea come un affascinante
enigma "negli interstizi della rappresentazione".
In "Universalizzare il lesbismo materialista", Diane
Griffin Crowder chiarisce le radici di quel femminismo francese
che, attraverso le analisi di Christine Delphy, Nicole-Claude
Mathieu, Colette Guillaumin e della stessa Wittig, ha gettato
le fondamenta di una teoria lesbica per nulla incline a separare
il genere dal sesso (al contrario della sua interpretazione americana)
e che proprio per questo si colloca in "una posizione politica,
piuttosto che essenzialista". Griffin Crowder spiega "come
funziona il cavallo di Troia di Wittig", sottolineando che
per la scrittrice "l'ordine simbolico, che il marxismo relegava
alla sovrastruttra, è in se stesso una forza materiale
nella società, (...) una categoria politica altrettanto
fondamentale dell'economia o di altri concreti rapporti sociali";
e che non solo i suoi testi teorici, ma anche i suoi romanzi "dimostrano
come il linguaggio mantiene e perpetua lo sfruttamento fisico
delle donne e come può essere cambiato". Nello stesso
modo, "per una materialista come Wittig, il genere sessuale
non è affatto un arbitrario insieme di ruoli o di aspettative
sovraimposti al sesso biologico; questi ruoli e queste aspettative
conseguono invece in maniera logica e inevitabile dallo sfruttamento
materiale della classe 'donne' da parte della classe 'uomini'
- ed è questo sfruttamento, ed i benefici materiali che
gli uomini ne derivano, a determinare sia il sesso che il genere,
il primo essendo usato (come la pelle nera è stata usata
dai proprietari degli schiavi) come una conveniente giustificazione
'naturalizzante' per imporre il secondo". Griffin Crowder
esemplifica il suo discorso con una rilettura del romanzo "Virgile,
non" (1985), nel quale Wittig, che qui è nello stesso
tempo narratrice e personaggio, allestisce una "Divina Commedia"
dove "ogni girone dell'inferno de-familiarizza la vita eterosessuale,
mostrandola da un punto di vista lesbico".
Linda M. G. Zerilli, con "Una nuova grammatica della differenza:
la rivoluzione poetica di Monique Wittig", illustra la rottura
operata da "Le guerrigliere" mediante "l'arcaico
linguaggio" di un'"immaginazione radicale" e lo
"strano uso" del pronome "elles", che diventa
un "fantastico universale", un nuovo luogo enunciativo
"da cui parlare e agire in concerto". Vera e propria
"macchina da guerra", il testo esplode distruggendo
l'"ordinario", il normativo, lo stesso contratto sociale
eterosessuale insieme ai suoi vecchi arnesi linguistici.
Erika Ostrovsky, in "Trasformazione dei paradigmi del genere
sessuale e del genere letterario nel romanzo di Monique Wittig",
traccia un profilo della coraggiosa e tenace opera di renversement,
di sovversione, perseguita dalla scrittrice a partire da "L'Opoponax"
del 1964, e culminante in un mondo narrativo "totalmente
privo di maschi", percorso da continui neologismi, e dove
"tutti gli esseri umani sono femmine, come lo sono le favolose
creature e le figure del mondo mitologico". Un lavoro di
trasmutazione, conclude Ostrovsky, "ammirevolmente risultante
in una grande quantità di varianti altamente immaginative
e innovative, che cambiano da un'opera all'altra, dimostrando
le apparentemente inesauribili capacità creative a sua
disposizione".
Jeannelle Laillou Savona, in "Il viaggio di Chisciotta: come
cambiare il mondo e de-generare il palcoscenico", scava in
profondità nelle tecniche di rappresentazione della commedia
di Wittig "Il viaggio senza fine" (ideata nel 1979 e
messa in scena nel 1984), ironica riscrittura lesbica del capolavoro
di Cervantes. Savona risale alla situazione del teatro femminista
francese degli anni Settanta, in cui il lesbismo veniva ignorato
- con l'unica eccezione della commedia "La vie singulière
d'Albert Nobbs", allestita nel 1977 da Simone Benmussa -,
ma anche alla "spettacolare crisi" che nel 1980 provocò
la chiusura della rivista "Questions Feministes", abbandonata
dalle lesbiche radicali. La genesi e gli ingredienti dell'unico
testo teatrale wittighiano pubblicato vengono attentamente vagliati,
dalla collaborazione creativa con l'attrice/regista/mima Sande
Zeig, alla tecnica "cinematica" di montaggio dei quindici
episodi, che non solo sono completamente privi di unità
di luogo e di tempo, ma nei quali con l'azione è disgiunta
dal sonoro registrato. Una dissociazione anticonvenzionale tra
parole e gesti che, come osserva Savona, nelle intenzioni di Wittig
doveva spingere le spettatrici "a concentrarsi sui segni
che fanno l'essenza del teatro, i corpi delle attrici e la voce".
Questa ed altre strategie di scena "rendono Il viaggio senza
fine un'ambiziosa commedia epica, la cui complessità estetica
richiede attenzione e riflessione".
Namascar Shaktini, in "La mente critica e Il corpo lesbico
", riassume la ricezione del romanzo di Wittig nei circoli
accademici nordamericani. Il suo saggio rileva sia gli equivoci
che le positive intuizioni suscitati dai "mostruosi attributi"
di un'opera che gioca violentemente con la con-figurazione, "moltiplicando
le identità della lesbica e scomponendone e ricomponendone
il corpo in 110 poemi in prosa". Shaktini osserva: "Sebbene
il lesbismo come energia, desiderio, pratica o situazione sia
senza dubbio esistito ovunque, solo di recente esso è arrivato
ad esistere come parola/concetto. (...) Poichè il corpo
lesbico non è una entità come un albero, può
essere (ed è stato largamente) negato. Quando gli uomini
non hanno completamente negato il lesbismo, lo hanno mostruosamente
distorto. (...) Dunque il punto di vista del lesbismo fornisce
la posizione più radicale dalla quale produrre una critica
del fallogocentrismo". Critica, questa, che Wittig implacabilmente
conduce, trasmettendo a chi legge la consapevolezza che l'atto
di scrivere è in sè anche un atto di de-scrivere
e di ri-scrivere.
Dominique Bourque, nel saggio "Sovversione del dialogo nel
romanzo di Wittig", evidenzia come l'espediente dialogico
venga applicato in modo assolutamente originale in due direzioni:
"la prima coinvolge l'iscrizione dei soggetti nel linguaggio
attraverso i pronomi, e la seconda implica l'iscrizione dei loro
rapporti attraverso l'atto della narrazione". Se "L'Opoponax"
sceglie il pronome indefinito francese "on", ed abolisce
"la frontiera tipografica tra le parole della voce narrante
e le parole dei vari personaggi", "Le guerrigliere"
parlano e si ascoltano a vicenda in "dichiarazioni attive",
partecipando tutte al "grande registro" in cui "nessuna
singola voce domina le altre". "Il corpo lesbico",
riformulando radicalmente il soggetto amoroso, confonde le voci
delle amanti in modo che nessuna diventi un oggetto dell'altra,
perchè "ciò che accade tra loro è intessuto
nel loro essere". In "Virgil, non" è invece
il soggetto politico a venire riformulato nel personaggio "Wittig",
che rappresenta un'autrice anti-eroica, fallibile, la quale "esiste
nello stesso mondo degli altri personaggi, aperta ai loro tentativi
di dialogo e alle loro critiche, insulti, attacchi".
Concludono il volume Catherine Rognon Ecarnot con "Politica
e poetica del travestimento nel romanzo di Wittig", e Marie-Hélène
Bourcier con "Wittig la Politique". Quest'ultimo testo
(alludendo nel titolo al racconto di Wittig "Paris-la-politique"),
raccoglie un suggerimento di Teresa de Lauretis e sceglie di parodiare
il romanzo "Virgil, non" per raccontare l'esperienza
di tradurre in francese "The Straight Mind", la raccolta
di scritti teorici di Monique Wittig pubblicata in inglese nel
1992; ovvero, "cosa significa tradurre in francese un'autrice
francese vent'anni dopo, quando il contesto politico della sua
opera è radicalmente cambiato". Si tratta infatti
di una esperienza inseparabile dalla necessità di addentrarsi
nei meandri della politica femminista e lesbica degli anni Settanta-Ottanta
e in un altro tipo di gironi infernali, quelli delle polemiche
lesbofobiche e del prevalere del "discorso psicoanalitico"
attraverso la "troika Cixous-Kristeva-Irigaray". Dal
dialogo tra la traduttrice e la sua Manastabal, cioè la
sua guida nei labirintici conflitti tra donne, emergono le ragioni
dell'attuale invisibilità del femminismo materialista e
dell'esilio di Wittig negli Stati Uniti.
Dunque, significativamente, l'antologia si chiude su una nota
guerrigliera, lasciando in chi legge la nostalgia amara di un
paradiso mai trovato, piuttosto che perduto, insieme alla nostalgia
dolce ed ispirante di una figura come Monique Wittig e della sua
inaddomesticabile, irriducibile, rivoluzionaria utopia.
AA.VV., "On Monique Wittig - Theoretical, Political, and
Literary Essays", a cura di Namascar Shaktini, University
of Illinois Press, Urbana e Chicago 2005, pp. 230.
Rosanna
Fiocchetto
Nata a Roma nel 1948, è stata
una delle più importanti attiviste per la formazione del
movimento lesbico separatista romano, nel 1980 ha fondato con
altre lesbiche il gruppo Identità Lesbica, ha contribuito
ad organizzare il secondo convegno lesbico a Roma nel dicembre
del 1981, e poi successivamente la Prima Settimana Lesbica a Bologna.
E' stata una delle fondatrici del C.L.I. (Collegamento Lesbiche
Romane) pubblicando un Bollettino mensile, del Centro Femminista
Separatista e degli Archivi Lesbici Italiani struttura che raccoglie
documenti, pubblicazioni e altri materiali italiani e stranieri
sul lesbismo. E' stata una delle fondatrici della libreria delle
donne Al Tempo Ritrovato a Roma. Dal 1985 al 1993 ha co-gestito
con Liana Borghi la casa editrice lesbica Estro. Ha pubblicato
articoli in numerose riviste italiane e straniere, recensioni
e articoli su varie riviste on-line. Saggi, Come eravamo, Savelli
1976; L'amante celeste, Estro Editrice 1987; Italien der Frauen,
Frauenoffensive 1988; poesie Poeresia, CLI 1987; Scritture, scrittrici,
Longanesi 1988, racconti nella rivista Effe, in Cosmopolis Urban
Stories by Women, Cleis Press 1990 e in Principesse azzurre 1,
2 e 3, Mondadori.
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